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Federico Aldrovandi

Un omicidio assurdo e quelle divise ancora in servizio

 Federico Aldrovandi
Ilaria Romeo
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Quindici anni fa a Ferrara veniva assassinato un ragazzo. Moriva in strada dopo essere stato fermato da quattro poliziotti, condannati sì ma "graziati" dalla legge sull'indulto

Federico Aldrovandi ha diciotto anni quando il 25 settembre del 2005 muore a Ferrara dopo una violenta colluttazione con quattro agenti di polizia. La famiglia viene avvertita verso le 11 del mattino, quando sono ormai trascorse quasi cinque ore dal decesso del ragazzo che presenta sul corpo 54 lesioni ed ecchimosi. Nel 2009 quattro poliziotti - Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri - vengono condannati a tre anni e mezzo di carcere per “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi” (in un secondo processo, l’Aldrovandi bis, il 5 marzo 2010 tre poliziotti - Paolo Marino, Marcello Bulgarelli, Marco Pirani - saranno condannati per presunti depistaggi nelle indagini). Grazie alla legge sull’indulto dopo sei mesi i quattro imputati saranno nuovamente liberi tornando in servizio un anno dopo.

“Hanno già scontato la loro pena - diceva lo scorso anno Lino, il papà di Federico - così secondo la legge degli uomini. Ma sono convinto, anche se è difficile crederlo dopo tutti questi anni di silenzi, che il giudice più severo rimarrà la loro coscienza di uomini e soprattutto di genitori, che in un’alba assurda di una domenica mattina di quattordici anni fa, non riuscirono ad ascoltare quelle grida di ‘basta e aiuto’ che un ragazzo di diciotto anni, solo e disarmato, stava loro proferendo, nel tentativo disperato di farli desistere da quell’azione di morte”. “Quegli agenti - aggiungeva Lino - indossano assurdamente ancora una divisa, sono ancora in servizio. Per me invece fino alla fine dei miei giorni sarà un ergastolo senza appello, con la sola speranza che ciò che è accaduto a Federico non accada mai più a nessun figlio”.

Speranza vana, purtroppo. Perché è accaduto, è accaduto ancora tante, troppe volte. Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva sono tra i casi di persone morte nelle mani dello Stato che probabilmente hanno avuto maggiore eco mediatica negli ultimi anni. Ma non sono i soli. Michele Ferrulli, muore senza un perché il 30 giugno del 2011 dopo aver subito un fermo di polizia per strada sotto casa. Muore  nelle mani di quattro giovani agenti di polizia. Aldo Bianzino, Riccardo Rasman e Stefano Brunetti sono morti in carcere per “cause naturali”. Niki Aprile Gatti si è ‘suicidato’. Per Marcello Lonzi si è parlato di suicidio, poi di infarto, poi di collasso cardiaco, fino alla proverbiale caduta dalle scale.

Il primo giugno 2001, ad Arce, scompariva Serena Mollicone, diciotto anni. Sarà ritrovata in un bosco con un sacchetto di plastica sulla testa, mani e piedi legati con scotch e fil di ferro e una ferita vicino all’occhio. Nel 2018, diciassette anni dopo il decesso, una perizia del Ris ha confermato che la ragazza è stata uccisa nella caserma dei Carabinieri (risultato: tre agenti indagati per omicidio volontario e occultamento di cadavere).

Scriveva Ilaria Cucchi alla madre di Federico Aldrovandi:

Noi eravamo presenti al momento della pronuncia della sentenza della Corte di Cassazione. Lucia Uva, Domenica Ferrulli ed io. Perché noi in questi anni siamo diventati una famiglia. Noi sappiamo cosa significa lottare momento dopo momento per una giustizia che si da per scontata ma che molto spesso non lo è. Noi sappiamo quanto è importante per noi, e per quelli come noi, che finalmente e definitivamente coloro che hanno tolto la vita a un ragazzino che non aveva fatto niente di male siano stati giudicati colpevoli. Questa è la giustizia in cui vogliamo credere. Questo ciò che da a noi la speranza di andare avanti. Questo ciò che è riuscita a fare, da sola, Patrizia Moretti. Per la sua famiglia, per Federico che ora le sorride da lassù ma che mai nessuna sentenza potrà restituirle. Ma anche per l'intera collettività. E per noi, che senza il suo coraggio non avremmo mai trovato la forza necessaria per intraprendere battaglie di simili dimensioni. Patrizia lo ha fatto sapendo bene che quanto aveva di più prezioso non le sarebbe stato restituito da una sentenza di condanna. Nella quale ella stessa, pur sapendo benissimo come erano andate le cose, avendo imparato a sue spese a conoscere questa giustizia in tanti momenti non ha sperato. E lo ha fatto anche nell'illusione di poter cambiare una cultura. Quella terribile per la quale chi indossa una divisa ha ragione a prescindere. Ma contro il pregiudizio e l'ottusità a volte non basta nemmeno questo. (...) Perché fa comodo a tutti non parlarne. Così. Come se niente fosse successo. Perché parlarne vuol dire mettere in discussione l'intero sistema. Molto meglio chiedere a noi di farcene una ragione. (...) Cosa dovremmo pensare noi? Che siamo soli. E ancora una volta qualcuno ce lo ha dimostrato. Ma niente e nessuno riuscirà a farci desistere dal nostro bisogno di giustizia. I nostri cari non sono morti per un puro caso, ma per colpa di chi avrebbe dovuto tutelarne i diritti. E nessuno può chiederci di far finta di niente. Lo sappiamo bene quanto è e sarà dura. E sappiamo anche bene che possiamo confidare solo su noi stessi, sul nostro avvocato e angelo. E sul coraggio di Patrizia. Che ha cresciuto un ragazzo fantastico, che sarebbe stato accanto a lei per tutti i giorni della sua vita, se quattro assassini non avessero deciso di portarlo lontano da lei.

Perché parlarne vuol dire mettere in discussione l’intero sistema. E non ci stancheremo mai di farlo. Di chiederci chi è Stato? Di indignarci di fronte al fatto che qualcuno sia Stato.