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L'editoriale

Fca, patrimoni e ricostruzioni

Foto: Agenzia Sintesi
Gabriele Polo
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Lo stupore o la levata di scudi di fronte alla richiesta di 6,3 miliardi di soldi pubblici da parte della casa automobilistica fa sorridere se non arrabbiare

Si potrebbe dire meglio tardi che mai. Ma sarebbe consolatorio e inutile. Lo stupore o la levata di scudi di fronte alla richiesta di 6,3 miliardi di soldi pubblici da parte di Fca per affrontare l’emergenza Covid, fa sorridere se non arrabbiare un bel po’ per l’aura d’ipocrisia – o smemoratezza – che l’accompagna. Socializzare le perdite e privatizzare gli utili è una vecchia pratica delle aziende, in Italia una vera cultura d’impresa che ha costruito grandi patrimoni. Ma non ci si può stupire – a scoppio ritardato – del caso Fca.  Quando l’ex Fiat  e la proprietà Exor hanno spostato fuori d’Italia le loro sedi fiscali e legali – distribuendole tra Londra e Amsterdam – era chiaro a tutti che lo facevano per pagare meno tasse e sottrarre le plusvalenze al nostro fisco.

Sono passati anni, non giorni e chi allora rilevava che portare all’estero i profitti di ciò che si produceva qui equivale a una sostanziale evasione fiscale veniva additato come neo-giacobino o vetero-comunista fuori dal tempo. Non che la cosa, personalmente, suoni offensiva, anche considerando il pulpito da cui proveniva l’accusa, ma proprio su alcuni di quei pulpiti oggi ci si indigna per ciò che ieri veniva considerato legittimo.

“Troppo tardi, siete fuori tempo massimo”, risponde Fca andando all’incasso, per farne una dote nelle trattative di nozze con Psa. Oltretutto, il decreto cui il giovane Elkann-Agnelli tende la pargoletta mano, prevede prestiti a interessi irrilevanti per le imprese con sedi in Italia: Fca-Italy è una di queste e quando si è accorta dell’opportunità ha persino ipotizzato di non distribuire i già preventivati dividendi tra gli azionisti – ma forse ci sta ripensando - pur di incassare i soldi pubblici. Che poi, attraverso i consueti meccanismi delle “controllate” e delle “case madri” porti il grosso dei profitti all’estero, o che questo “estero” sia un’Europa che si fa concorrenza fiscale interna, questo fa parte della brutta realtà di cui sopra.

Tutto perduto, quindi? Non proprio. Se si evitano le ipocrisie è sacrosanto porre il tema delle imprese che sfruttano il lavoro per poi non restituire nulla a un fisco che serve a finanziare  sanità, scuola, servizi, e quant’altro. Per le multinazionali questa è la normalità e sarebbe bene farle smettere o metterle sotto controllo. Nel caso specifico di Fca i sindacati chiedono di condizionare l’erogazione del “prestito” non solo alle garanzie occupazionali ma anche alla verifica del suo uso, andando al di là del contingente: propongono un confronto tra chi rappresenta l’azienda (che incassa), il governo (che finanzia) e i lavoratori (che rischiano il posto e ci mettono il lavoro) per decidere il futuro delle fabbriche e di chi ci vive dentro, legandolo a un progetto di  mobilità per il domani, con le conseguenze che avrà sull’uomo e sull’ambiente.

Non è codeterminazione, né concertazione, termini sepolti dal liberismo, impraticabili nell’attuale emergenza e nello squilibrio dei rapporti sociali proprio del capitalismo finanziario. È semplice – si fa per dire – contrattazione tra parti e interessi distinti, che può tradursi in confronto o scontro, in rottura o compromesso. Negli ultimi decenni in Fca ha sempre prevalso una parte (l’azienda), un’altra se ne è disinteressata (la politica), la terza ha subito (i lavoratori). Ora che siamo in emergenza e che – come dicono tutti – nulla può tornare a essere come prima, vedremo come finirà. Speriamo non peggio di prima.

Ma questa storia è solo lo specchio di una questione più grande, con cui tutti oggi si devono misurare, cui la vicenda Fca può fare da monito. È chiamata, giustamente, “ricostruzione”, un po’ come quella post-bellica. Per fortuna non siamo andati in guerra, quelle le lasciamo fare ai più poveri del mondo per guadagnarci un po’ pure lì. Ma proprio come in una guerra il virus ha abbattuto molte cose, non solo materiali. La crisi – come dovrebbe essere per la vita in generale – non si misura solo in Pil, in discussione non è solo l’economia ma soprattutto l’ordine sociale che fino a ieri essa ha dettato. Se non fosse così, davvero si tornerebbe al “prima” in una versione peggiore di prima, quando in questo paese (e in questo mondo) la maggior parte delle persone aveva già un’esistenza povera, insicura, precaria e non padrona del proprio destino. Semplice merce, insomma.

Ora, in Italia e nel mondo, si stamperà e spenderà un sacco di moneta per parare il colpo della pandemia. Da noi sarebbe bello iniziare almeno facendo arrivare subito i sussidi stanziati e promessi quando il virus ha imposto lo stop. Ma sarebbe ancor più bello progettare un futuro che superi veramente il passato, iniziando con l’usare i soldi pubblici davvero a favore del bene pubblico, non regalandoli alle gestioni private o utilizzarli per sprecare le risorse, sfruttare donne, uomini e pianeta.

Facile a dirsi. Ma non impossibile. Servirebbero due cose: una visione d’insieme che metta al centro la cura del lavoro e - di conseguenza - delle persone, delle cose, dell’ambiente; un progetto di paese che trasformi questa visione in atti concreti per ricostruire anche la partecipazione democratica e ridistribuire la ricchezza sociale prodotta. Questa dovrebbe essere la sfida per quella nuova classe dirigente della cui necessità oggi tanto si parla.

Non sarà una passeggiata di salute, né un pranzo di gala.  Perché quasi sempre nella storia le ricostruzioni le hanno pagate i più poveri, quelli che non hanno altra rendita che i propri saperi, il proprio lavoro, la propria umanità. Che pur non sono poca cosa. È il patrimonio di una classe dirigente diversa dal solito.