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Il lavoro e l'economia tra Fase 2 e Fase 3

Il lavoro e l?economia tra Fase 2 e Fase 3
Foto: Marco Merlini
Fulvio Fammoni
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Pesa molto nelle scelte di questi giorni sia l'evidente insofferenza causata dall'isolamento, sia il fortissimo impatto economico ed occupazionale che l'epidemia riversa sul Paese

È iniziata la cosiddetta Fase 2 e, entro la settimana, consoceremo le disposizioni economiche contenute nel nuovo decreto cosiddetto “Aprile”. Le misure, devono tener conto, sia del calo del numero dei contagi che dell’evitare, per quanto possibile, il riaccendersi di nuovi focolai che sarebbero drammatici per le persone coinvolte, per la fiducia del futuro, per le ricadute sull’economia e quindi sull’occupazione. È evidente che pesa molto nelle scelte di questi giorni sia l’evidente insofferenza di una parte crescente di popolazione all’isolamento, che il fortissimo impatto economico ed occupazionale che l’epidemia riversa sul Paese. 

Meno 8% di Pil annuo (ma esistono anche previsioni peggiori) che è basato sulla previsione di un crollo nel primo semestre e di una parziale ripresa nel secondo, possibile a patto che i dati epidemiologici non peggiorino.  L’industria, le costruzioni, le filiere agroalimentari e l’attività legata alla competizione internazionale, sono le prime a ripartire, con velocità ridotta inizialmente, via via crescente con l’adeguamento di dispositivi di salute e sicurezza. I trasporti, nonostante le scuole restino chiuse, sono uno dei problemi fondamentali da affrontare e poi seguirà tutto il resto con, finestre graduali, fino all’inizio di giugno. 

Come entriamo dal punto di vista produttivo, dopo due mesi di blocco, in questa cosiddetta Fase 2? L’occupazione è il primo dei problemi: più di 7 milioni di lavoratori dipendenti sono in cassa integrazione, si tratta di circa il 40% dell’intera occupazione dipendente e i dati sono parziali. Quanti di loro rientreranno e per quanti si prolungherà? È un dato essenziale che conosceremo solo e via via durante i prossimi mesi. Lo smart working è in forte espansione, è un aiuto sicuramente efficace per evitare sia la Cig che il decongestionamento dei mezzi di trasporto e far lavorare le persone; ma è un sistema ancora prevalentemente legato all’emergenza. Allora, sarà forse meglio chiarire cosa vuol dire per il futuro la frase “incentivare lo smart working” ricorrente in tutti i testi di legge. 

I dati Inps di marzo hanno già rilevato un forte calo dell’attivazione di nuovi rapporti di lavoro in particolare per quanto riguarda attività a tempo determinato, interinali e stagionali. Aprile ovviamente sarà ancora più negativo per tutti i rapporti di lavoro.  Ancora non si vedono i veri effetti sulla disoccupazione, schermati nella fase immediata dall’alto utilizzo della Cig e dal divieto di licenziare, ma purtroppo arriveranno e lo stesso Def prevede una risalita del tasso di disoccupazione vicino al 12%, ipotesi che non so quanto contenga l’emersione, a causa dell’aumento della povertà, di inattivi che potrebbero alzare ancora questo dato percentuale. 

L’Inps indica oltre 3,5 milioni di partite iva e lavoratori autonomi che hanno ricevuto il sussidio di 600 euro, ma molti altri che avevano avanzato domanda sono rimasti esclusi. Molti settori sono ancora scoperti (vedremo se provvederà il decreto aprile) di ogni forma di tutela. Questa è la fotografia della condizione del lavoro allo stato attuale nel nostro paese e, solo nelle prossime settimane, sapremo quante aziende riapriranno o, drammaticamente, resteranno chiuse restringendo ancora la nostra base produttiva e aumentando la disoccupazione. 

Ripartire in sicurezza quindi è necessario, dare fiducia e risorse è decisivo, anche a fronte di un calo molto forte dei consumi che, sappiamo, non sarà recuperabile nell’immediato e con la tendenza storica per chi recupererà reddito o risorse, ad aspettare e se può reintegrare come forma di sicurezza i propri risparmi. Nella Fase 2 entriamo con alcuni punti fermi. Il primo è l’accordo, importantissimo, su salute e sicurezza, di cui il governo deve esserne totalmente garante, a cui si aggiungono quelli dell’edilizia e del settore trasporti. Tutti presenti come allegati al decreto. I secondi sono i due decreti, uno appena approvato, l’altro in fieri. Il terzo sono le decisioni europee, già operative come nel caso della Bce, prossime come nel caso di Sure, Mes, Bei, ma da definire più precisamente per tassi di interesse e durata. 

Ma la Fase 3 che seguirà è davvero così scollegata dall’attuale Fase 2? Non può, deve essere se non contestuale almeno collegata. Le decisioni su risorse ed investimenti devono prevedere dal loro avvio le caratteristiche della ripresa che vogliamo, a partire dalla priorità lavoro. Se la prospettiva futura è così fortemente legata all’andamento dell’epidemia, la prima delle priorità resta ancora la sanità, ecco perché, al di là del quantitativo di risorse a disposizione, una linea di 36 miliardi senza condizionamenti se non la destinazione d’uso e per questo esclusivamente dedicata, è importante. 

Siamo sicuri che investiremmo lo stesso quella cifra in salute e sicurezza senza ricorrervi? E poi, la pandemia dimostra come sia collegato il campo sanitario a quello sociale (o ci scorderemo cosa è successo nelle RSA?), settori che devono ritrovare la loro dimensione sociale ed economica pubblica, colpevolmente ridotta in questi anni. Si darà così maggiore fiducia nel futuro alle persone ma si innescherà anche un elemento di sviluppo formidabile ad alta quantità di lavoro.  Viene poi il capitolo degli investimenti nei settori manifatturieri, agroalimentari ed del terziario. Ripartire si, ma come prima? 

Tutti sanno che, riproporre semplicemente i meccanismi attuali sarebbe sbagliato e controproducente, anche le associazioni di impresa, pur silenziose su questo. Le imprese private faranno le loro scelte, ma gli investimenti pubblici non possono che essere legati alle priorità future e al superamento dei problemi strutturali ed occupazionali del nostro sistema produttivo. Sarebbero troppo lunghe le scelte da elencare compiutamente ma il concetto è esplicito: la nostro produzione si divideva in una parte innovativa, con grande successo sui mercati internazionali, e un’altra basata sulla competizione di costo, in particolare con la compressione del costo del lavoro. La somma di queste due tendenze, aveva già portato nell’ultimo anno ad un calo costante della produzione che non è riproponibile:

- a manifattura deve sviluppare i suoi settori più avanzati, ma al contempo, riconvertire attività obsolete o a bassa qualità, puntando sulla sostenibilità;

- adesso si discute di mobilità dal punto di vista della sicurezza, ma è questo un grande problema paese da risolvere assieme a quello della logistica sulla quale possono fortemente incidere alcune delle nostre più grandi aziende pubbliche;

- nello scenario futuro l’Italia non può permettersi il gap attuale del costo dell’energia, così come deve decidere di divenire leader nella produzione dell’energia pulita;

- l’assetto idrogeologico del Paese è un’emergenza che non è superata; le costruzioni, da sempre un moltiplicatore di produzione per tutti i settori, devono avere un chiaro indirizzo al green building e al ripristino del patrimonio edilizio già esistente; bisogna puntare non solo alla messa in sicurezza ma alla vivibilità di scuole che dovranno rimanere aperte per l’intera giornata;

- la formazione pubblica, la formazione per l’ accesso al lavoro futuro, la riqualificazione di chi lavora, sono un punto fondamentale su cui investire;

- la priorità sud è una scelta lungimirante per affrancare una parte del paese dalla condizione attuale, ma anche un grande interesse per tante aziende del centro nord poiché ogni somma lì spesa ha un ritorno del 40% in produzione nella altre regioni e significherebbe per tutti una grande possibilità di sviluppo;

- il lavoro nero, l’evasione fiscale, l’economia criminale, sono una piaga da debellare oltre che concorrenza sleale per le imprese oneste. Ogni investimento in attività contro questo stato di cose non va classificato come spesa, ma sotto la voce “sviluppo” comprendendo la regolarizzazione di centinaia di migliaia di clandestini e ripristinando i decreti flussi;

- Il cibo è una frontiera del futuro e punto di forza della produzione italiana su cui occorre investire ed internazionalizzare ancora di più;

- i consumi andranno sostenuti ma in modo indifferenziato oppure, ad esempio, la tracciabilità, la qualità, il rispetto dei contratti e dell’occupazione, la reciprocità con altri paesi produttori saranno criterio di scelta?;

- turismo, ristorazione, cultura, spettacolo, beni architettonici e culturali sono le nostre uniche materie prime, occorre un piano di rilancio e internalizzazione;

- il lavoro da casa di tante persone ha confermato l’insufficienza infrastrutturale della nostra rete sia come diffusione che come velocità. Una priorità dei futuri investimenti è quella di una rete unica ad alta velocità. 

Sono solo alcuni fra i tanti esempi che si potrebbero fare ma il concetto è chiaro. Scelta su cosa investire direttamente, investimenti pubblici come leva di investimenti privati da incentivare sulla base –però- di precisi indirizzi. Per il resto l’iniziativa privata deciderà autonomamente anche sulla base della liquidità attualmente fornita per superare la fase di blocco produttivo. Per questo occorre un ruolo decisivo di cassa depositi e prestiti, delle aziende pubbliche, ma anche un’agenzia peri il futuro che funzioni da cabina di regia con la partecipazione delle parti sociali. 

Indirizzare e finanziare una parte importante della ricostruzione spetterà dunque al pubblico che, peraltro, rientrerà con quote importanti nel capitale di tante aziende. Il privato deve partecipare in modo massiccio e chi lo farà sarà incentivato. La riconversione spetta in gran parte al privato e solo se lo farà sugli indirizzi di priorità paese potrà essere incentivato. 

Ultimo capitolo riguarda le nuove tecnologie, la robotizzazione e l’intelligenza artificiale. Tutti prevedevano, in questo ambito, la fine di vecchi lavori e la nascita di nuove attività. In questa fase non ci possiamo permettere un saldo negativo o un ulteriore crescita tramite la parcellizzazione di lavoro povero. L’introduzione delle nuove tecnologie andrà programmata e incentivata ma, per questo, le leve dell’orario senza deprimere redditi sono uno dei contrappesi all’aumento della produttività che si otterrà. La formazione e riconversione professionale dovranno essere massicce e dovranno consentire il rapido affermarsi di nuovi posti di lavoro qualificati. In ogni caso, a fronte degli incentivi occorrerà un impegno anche del privato per sostenere gli eventuali percorsi di inoccupazione. 

Conosco già l’obiezione di fondo che sarà sostenuta contro queste tesi: una impostazione “dirigista”. Ma, io credo che la situazione attuale richieda questo livello di intervento. Al fondo di tutto il ragionamento, si pone però una questione fondamentale, avremo le risorse necessarie come sistema paese? Il debito è molto alto e crescerà ancora tanto e questo è un limite, gli interessi per ripagare le emissioni a sostegno di questo debito cresceranno, gli introiti fiscali caleranno per tutti i motivi prima indicati (per questo è così importante la lotta all’evasione), l’avanzo primario al netto degli interessi dovrà aumentare, ma per sviluppo e non per tagli di spesa, magari lineari, appena fuori dall’emergenza. 

Per questo, come finirà la discussione sui finanziamenti europei è così decisiva. Che durata e che tassi avranno questi prestiti? Minori e più lunghi dei nostri titoli di stato? Tema da non sottovalutare. Quanto sarà prestito e quanto a fondo perduto? È un altro elemento decisivo della discussione in atto. Ce la si può sempre cavare dicendo: siamo autonomi dall’Europa e mettiamo i nostri titoli e poi... “facciamoli comprare dalla Bce”. L’incongruenza è così evidente che anche la propaganda sovranista non regge. E in ogni caso, l’ammontare sarebbe così alto da superare la soglia possibile se non accedendo ai meccanismi europei dell’Omt. Un paese chiuso in sé stesso sarebbe fortemente esposto alla speculazione internazionale, mentre devono essere certi i meccanismi di sostenibilità del nostro debito. 

Ecco perché la partita europea è così decisiva. Sia per i tre strumenti che dovrebbero entrare in vigore a giugno (Sure, Bei, Mes) sia per il fondo per la ricostruzione, enunciato come esigenza irrinunciabile ed urgente ma ancora da definire per quantità, meccanismi di finanziamenti, uso, interessi e durata. Sapendo che se i tempi per quest’ultimo strumento saranno inizio del 2021 dovremmo essere credibili nella battaglia per noi decisiva, di decidere un meccanismo o uno strumento anticipatorio entro l’estate, in modo da avere le risorse necessarie per programmare senza dover sapere se ogni emissione di titoli avrà successo.

Fulvio Fammoni è il presidente della Fondazione Di Vittorio