La liberazione di Alberto Trentini, detenuto senza accuse e privato della libertà personale per mesi, ha riportato l’attenzione sul tema della tutela dei diritti umani e sul ruolo delle istituzioni nella protezione dei cittadini impegnati in contesti difficili. Il caso di Trentini richiama inevitabilmente quello di Mario Paciolla, cooperante italiano morto in Colombia nel 2020 mentre lavorava per l’ONU. Due storie diverse, ma unite da una stessa mancanza di tutela. A ricordarlo è Anna Motta, madre di Mario: “Mario è stato lasciato solo, senza tutela e qualcuno lo ha ucciso”. Per Anna la ricerca della verità non è una questione privata: “Il diritto alla vita non è una richiesta individuale, ma un diritto che appartiene all’intera società civile”.
Nel caso Paciolla, restano ancora troppe ombre. “L’autopsia ha parlato, il corpo di Mario ha parlato, ma non è stato ascoltato”, afferma la madre, escludendo con forza l’ipotesi del suicidio: “Mario non aveva alcun motivo per togliersi la vita, tanto meno poche ore dopo aver acquistato un biglietto per tornare in Italia”.
La vicenda di Trentini dimostra quanto l’attenzione pubblica possa fare la differenza, ma pone una domanda cruciale: cosa accade quando il silenzio prevale? “Chi avrebbe saputo chi era Alberto Trentini?”, si chiede Anna, ricordando che storie come quella di Mario emergono spesso solo dopo una tragedia.
Giovani che credono nei diritti umani e nella cooperazione internazionale vengono celebrati solo dopo il sacrificio, mentre in vita restano spesso senza protezione. Le istituzioni dovrebbero riconoscerli non come eroi da commemorare, ma come cittadini da difendere, perché “senza verità non può esserci giustizia, e una società che non protegge i suoi giovani migliori rinuncia al proprio futuro”.





















