Le donne del Rojawa, che tutti conosciamo per avere combattuto contro i miliziani dell’Isis, rischiano di precipitare in un incubo. Il Rojawa è zona di autogoverno curdo. Si trova nell’area nordest della Siria compressa tra Turchia e Iraq, dove nel 2012, grazie a un serie di condizioni geopolitiche, i curdi hanno sperimentato una forma di autogoverno con caratteristiche uniche: democrazia dal basso, ampissima parità di genere, convivenza tra comunità di etnia, cultura e religione diversa.

Un’esperienza modello contro il fondamentalismo

Un’esperienza che è diventata un modello di governo e convivenza ideale, o forse idealizzato, ma che ora rischia di svanire nello scacchiere di una politica internazionale impazzita che, in nome di mutati interessi, non esita a sacrificare anche chi ha svolto un ruolo nodale nell’arginare l’Isis e il suo fondamentalismo violento e misogino.

Le combattenti curde ridotte in schiavitù

A partire proprio dalle combattenti curde tanto esaltate da Usa e comunità internazionale durante la guerra. Combattenti che, come dimostrano i filmati che stanno circolando in queste ore, vengono ridotte in schiavitù o uccise da membri islamici dell’esercito siriano che sta rioccupando le città simbolo di Kobane e Qamishli.

Abbandonate dagli Stati uniti, sfidate dalla Turchia che ha sempre temuto la creazione di uno Stato indipendente curdo che potesse espandersi oltre i propri territori, aggredite da alcune forze del nuovo governo siriano, il 30 gennaio scorso le Forze democratiche siriane del Rojava hanno firmato un accordo di pace con lo Stato centrale siriano che ne sancisce di fatto il ritorno sotto il potere di Damasco.

Il rischio di perdere i diritti conquistati

In tutto il mondo e anche in Italia le comunità curde, ma anche chi aveva guardato a quell’esperienza come a un esperimento di democrazia avanzata e liberale, si stanno mobilitando per chiedere alla comunità internazionale ed europea di intervenire e non abbandonare il Rojawa, che rischia ora di essere ri-assimilato alla Siria e di perdere i diritti avanzati e le libertà del suo popolo.

Democrazia dal basso e parità di genere

Il modello politico del Rojawa è quello della democrazia dal basso: piccole assemblee cittadine aperte a tutti, sul modello delle comuni, con un ampio potere decisionale affidato agli organi locali. Ma elemento ancora più caratteristico è la valorizzazione della parità di genere: ogni incarico pubblico viene assegnato sempre a due rappresentanti, un uomo e una donna, con il ruolo di co-presidenti.

Un’emancipazione che ha ispirato il mondo

All’estero le milizie composte da donne (Ypj) sono state simbolo di un modello di emancipazione femminile altamente ispirante, soprattutto se letto nel contesto culturale mediorientale. Donne sulle quali, in queste ore di passaggio dall’indipendenza al potere di Damasco, si sta scaricando la violenza misogina dei militari islamici e che rischiano comunque di doversi adeguare a norme di ispirazione coranica.

Mobilitiamoci in difesa del popolo curdo

La Cgil, che già il 15 gennaio aveva organizzato a Milano una iniziativa a sostegno del Rojawa, si è impegnata a promuovere presso l’Etuc e soprattutto presso l’Ituc la questione Rojawa, mentre le Politiche di genere insieme al Coordinamento delle donne italiane e curde, all’Anpi, alla Casa internazionale delle donne e Nudm, all’Associazione per i diritti umani e ad alcuni esponenti politici del Pd hanno lanciato un appello per la difesa dell’esperienza e dei diritti del popolo curdo e del suo modello di democrazia, autogoverno e convivenza paritaria e pacifica. Un modello pericoloso per chi regge oggi le redini del potere politico ed economico su scala globale, perché rappresenta la possibilità di un mondo alternativo a quello della supremazia dell’uomo forte al comando.

Esmeralda Rizzi, Area politiche di genere Cgil