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Una studentessa iraniana di 23 anni, Najmeh Amini, è stata condannata a morte con l’accusa di blasfemia per un contenuto pubblicato sui social network. La giovane, detenuta nel carcere di Vakilabad, a Mashhad, nel nord-est dell’Iran, ha ricevuto anche una condanna a 12 anni, sei mesi e un giorno di reclusione in un procedimento distinto, con accuse che comprendono attività contro la sicurezza nazionale e propaganda contro il regime. La sentenza capitale non è definitiva ed è ancora soggetta a ricorso davanti alla Corte suprema iraniana.
Secondo una fonte vicina alla famiglia, citata dall’organizzazione statunitense Human Rights Activists in Iran (HRAI), Amini è stata riconosciuta colpevole di sab ol-nabi, l’accusa di insulto al profeta Maometto. Najmeh Amini è una studentessa di contabilità, arrestata durante le proteste nazionali del gennaio 2026.
L’appello dal carcere
In una registrazione audio diffusa a settembre, la giovane ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire e di fare luce sul suo caso. “Non voglio passare per un'eroina oggi. Voglio solo una cosa: siate la mia voce”, ha detto, rivolgendosi alle Nazioni Unite, agli avvocati e alle organizzazioni per i diritti umani. “Sono una ragazza innocente, con tanti sogni e speranze. Ho dei genitori che mi aspettano”, ha aggiunto.
La legislazione iraniana prevede la pena capitale per chi insulta il profeta Maometto o figure religiose sciite. L'articolo 263 del codice penale islamico contempla alcune eccezioni, tra cui le dichiarazioni pronunciate senza intenzione deliberata o in stato di alterazione (ed è la tesi che ha sostenuto la difesa della ragazza durante il processo), anche se in determinate circostanze può essere prevista una condanna fino a 74 frustate. Una ricostruzione del Guardian rileva che i casi di condanna a morte per blasfemia sono relativamente rari in Iran. L'ultimo caso documentato risale all'8 maggio 2023.
Oltre 600 esecuzioni dall'inizio dell'anno
Secondo l'organizzazione per i diritti umani Iran Human Rights, con sede a Oslo, dall'inizio del 2026 in Iran sono state eseguite più di 600 condanne a morte. “Condannare a morte una giovane donna per ciò che ha pubblicato sui social media rischia di normalizzare l'uso della pena capitale contro forme di espressione pacifica e di estendere ulteriormente i confini di tale pena”, ha detto Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore di Iran Human Rights.
Sulla condanna è intervenuta Pegah Moshir Pour, scrittrice e attivista iraniana per i diritti umani, che in un'intervista all'Adnkronos definisce la vicenda un messaggio rivolto a un'intera generazione. “La sproporzione non è un errore del sistema ma proprio il messaggio. Colpire duramente un singolo serve a far capire a tutti gli altri che ogni schermo può diventare una trappola”, ha dichiarato.
Per Moshir Pour “la repressione si è spostata lì dove si è spostata la 'libertà'. Teheran ha costruito un apparato che filtra la rete e la rallenta, la spegne quando serve, sorveglia i profili e usa i contenuti pubblicati come prove nei tribunali. Un post diventa 'propaganda contro lo Stato', un commento diventa 'insulto al profeta', una storia su Instagram può valere anni di carcere o, come appunto nel caso di Najmeh, la pena di morte”.






















