Chi ha scritto il disegno di legge sui caregiver non si è mai occupato di una persona non autosufficiente. Non sa di quanta cura e attenzione abbia bisogno, di quanto gli accudimenti possono essere anche costosi economicamente, e soprattutto non sa quanto costino dal punto di vista della fatica fisica ed emotiva.

“Il disegno di legge approvato oggi in prima lettura dalla Camera non risponde alle reali esigenze delle persone che svolgono attività di cura e assistenza. Poteva e doveva rappresentare un passaggio importante per quei milioni di persone che ogni giorno assistono e sostengono i propri cari, spesso supplendo alle carenze del sistema dei servizi”. Così la Cgil nazionale commenta l’approvazione alla Camera del disegno di legge sul riconoscimento e la tutela delle persone che assistono e si prendono cura dei propri familiari.

Solo con la totale ignoranza di cosa significa prendersi cura di una persona non autosufficiente si spiega la norma che concede (perché in questi termini è davvero una concessione se non una carità) 400 auro mensili ai caregiver. I requisiti indispensabili per aver quel contributo economico sono tali che affermano la non conoscenza del problema. Intanto bisogna essere conviventi, e perché mai? Magari a convivere con la persona non autosufficiente, magari un genitore, potrebbe essere un assistente familiare regolarmente assunto, mentre a svolgere il ruolo di caregiver potrebbe essere una figlia (sono quasi esclusivamente le donne a curarsi dei familiari) che vive altrove e che quotidianamente si cura del proprio caro. E poi gli estensori della norma hanno fatto la divisione tra le 91 ore obbligatorie a settimana e i giorni della settimana stessa? Quella divisione fa 13. Dunque, per ricevere la gentile concessione economica occorre occuparsi della cura del proprio caro per 13 ore al giorno festivi e prefestivi compresi.

Non finisce qui. Se poi moltiplichiamo le 13 ore giornaliere per i 31 giorni del mese arriviamo a 403 ore al mese, e così si scopre che l’attività di caregiver vale meno di 1 euro l’ora. E con le operazioni potremo continuare, ad esempio si stima che le persone non autosufficienti siano circa 4 milioni e solo il 7,6% di loro è in Rsa. Se dividiamo i 250 milioni annui assegnati al fondo per i caregiver per 3,5 milioni di persone con disabilità scopriamo che a ciascuno di loro sono destinati circa 7 euro. Già 400 euro mensili sono davvero pochi, ma 7 euro l’anno sanno di presa in giro. Certo, si dirà, si scommette sul fatto che pochi caregiver avranno tutti i requisiti per aver diritto alla gentile concessione: convivenza, 91 ore settimanali di assistenza e Isee entro i 25mila euro, resta il fatto che quel fondo è davvero una presa in giro. Davvero brava e grazie alla ministra della non autosufficienza.

“Il testo approvato - prosegue la Cgil - rischia, infatti, di accentuare le disuguaglianze esistenti, riducendo il riconoscimento del ruolo dei caregiver a una misura blandamente orientata al contrasto della povertà, senza affrontare in modo strutturale il tema della cura. L'assistenza alle persone fragili non può essere scaricata interamente sulle famiglie”.

E proprio questo è il punto. Per prendersi cura occorre che la responsabilità sia condivisa con i servizi che lo Stato deve assicurare, ma nulla di tutto ciò c’è nel testo varato dalla Camera. Ed è bene chiarirsi, è particolarmente preoccupante è il rischio di isolamento e solitudine che grava soprattutto sulle donne, ancora oggi maggiormente coinvolte nelle attività di cura e assistenza.

Per la confederazione: “Il disegno di legge continua a escludere i caregiver non conviventi dal pieno riconoscimento dei diritti, introducendo una disparità di trattamento difficilmente giustificabile. Al tempo stesso, non prevede strumenti di sostegno realmente efficaci: l’unica misura economica risulta insufficiente rispetto all’enorme carico assistenziale richiesto, stimato fino a 91 ore settimanali, ed è subordinata a stringenti requisiti reddituali”.

“Analoghe criticità - sottolinea il sindacato di corso d’Italia - riguardano i caregiver minorenni, per i quali il provvedimento prevede un riconoscimento prevalentemente formale, senza misure adeguate a proteggerli da responsabilità che non dovrebbero gravare sulle loro spalle”.

“Sul versante della conciliazione tra tempi di vita, tempi di cura e attività lavorativa, il testo - aggiunge la Cgil - non introduce alcuna innovazione significativa. Sarebbe stato invece necessario, anche su questo punto, aprire un confronto approfondito con le organizzazioni sindacali. Anche sul piano previdenziale il provvedimento risulta insufficiente. Sarebbe necessario prevedere il riconoscimento della contribuzione figurativa per i periodi dedicati all'assistenza e alla cura, nonché introdurre forme di maggiore flessibilità nell'accesso alla pensione per le lavoratrici e i lavoratori che svolgono queste attività”.

Per la Cgil “sono necessari servizi territoriali accessibili e diffusi, interventi di sollievo, adeguati sostegni economici, tutele previdenziali e misure capaci di prevenire l'isolamento sociale e l'impoverimento delle famiglie stesse, garantendo un supporto concreto prima che queste siano costrette a rinunciare al lavoro, alle relazioni sociali e alla propria qualità della vita. Non servono interventi di cartapesta ma misure reali, concrete e non discriminatorie. È possibile farlo cambiando impostazione ed è quello che chiediamo nel prossimo passaggio al Senato, se veramente si vuole dare un segnale forte e concreto”, conclude la Confederazione.