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Era il dicembre 1978 quando, ministra della salute Tina Anselmi e relatore al Senato Giovanni Berlinguer, fu approvata la legge 833 che istituiva il Servizio sanitario nazionale. La salute divenne così diritto universale finanziato dal pubblico attraverso la fiscalità generale. Quella legge è ancora in vigore, per fortuna, ma il diritto alla salute non è più garantito in maniera davvero universale.
La piattaforma della manifestazione convocata dalla Via Maestra (una rete di oltre 100 associazioni, tra cui la Cgil) per il prossimo 17 ottobre, ha tra i punti qualificanti proprio il diritto alla salute. Come è mai possibile, si domandano gli organizzatori, portare al 5 per cento del Pil le spese militari e al 6,2 per cento del Pil i fondi per la salute?
Un sistema diseguale
I Livelli essenziali di assistenza sono fissati a Roma e dovrebbero valere in tutta Italia. Allora come si spiega – ad esempio – che in Lombardia lo screening oncologico dura fino a 74 anni e in Campania fino a 69? Se rimaniamo ai Lea si scopre che le tre macroaree in cui sono suddivisi, ossia prevenzione collettiva, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera, in quasi tutte le regioni raggiungono la sufficienza.
Ma il dato inganna. Innanzitutto, sono insufficienti la Provincia autonoma di Bolzano, la Calabria e la Sicilia. Già questo è un dato rilevante, ma se poi si guardano i numeri si scopre che le altre regioni del Sud sono appena sopra la soglia di sufficienza, mentre al Nord la soglia si supera in abbondanza. E già questa raccolta di diseguaglianze è dura a regredire.
L’Europa e noi
Anche rispetto alla spesa per la salute l’Italia fa davvero una brutta figura. Siamo ultimi tra i paesi del G7 e 15esimi in Europa. La media europea di spesa sanitaria arriva al 7,1 per cento, mentre noi ci fermiamo al 6,2 nel 2025 e chissà cosa ci aspetta l’anno prossimo. Lo scopriremo tra poco, visto che la manovra sta per arrivare in Parlamento.
Ma nel confronto con i Paesi a noi più simili la situazione peggiora. La Germania investe – sì, investe, perché le risorse per la salute dei cittadini e delle cittadine sono investimento – il 12,7 per cento; Francia e Regno Unito intorno all'11,4, i Paesi Bassi il 10,2.
Privatizzare è bello
Quello della privatizzazione della sanità è un obiettivo che con coerenza la destra al governo persegue. Qualche esempio? Come far funzionare case e ospedali di comunità costruiti o ristrutturati con i fondi del Pnrr? Semplice: cedendole a cooperative o a privati.
O ancora: aggiornando, su richiesta di ambulatori e studi privati, il tariffario delle prestazioni. Risultato: il tariffario è stato aggiornato e non solo il Ssn pagherà di più le prestazioni erogate dai privati in convenzione, ma anche gli utenti dovranno – appunto – pagare ticket maggiorati.
Salute, cara mi costi
La verità è che garantirsi il diritto alla salute è ormai un lusso. Liste d’attesa interminabili e prestazioni difficili da ottenere, a cominciare da quelle per la riabilitazione, impongono a chi può permetterselo, ancorché – spesso – con grandi sacrifici personali e familiari, di pagare le prestazioni di tasca propria. E chi non può non si cura. È l’Ufficio parlamentare di bilancio ad affermare che in Italia il Ssn copre meno di tre quarti della spesa sanitaria complessiva, mentre la media europea si attesta un po’ sopra l’80 per cento. Di contro, la spesa diretta degli italiani e delle italiane è di ben nove punti superiore a quella della media europea, visto che pagano di tasca propria ben il 23,6 per cento, pari a circa 42 miliardi. Lo dice la Corte dei conti.
Salute impossibile
Questa volta a raccontarlo è l’Istat: gli italiani e le italiane che hanno dovuto rinunciare a uno o più prestazioni sanitarie sono il 9,9 per cento della popolazione. Stiamo parlando di 5,8 milioni di uomini e donne. Perché non ci si cura? Il 6,8 per cento degli italiani afferma che l’ostacolo principale sono liste di attesa troppo lunghe (il problema è cresciuto molto rispetto al 2,8 per cento del 2019). Il 5,3 per cento perché le prestazioni di cui si ha bisogno sono troppo care (non solo quelle private, ma anche i ticket da pagare al Ssn). E guarda un po’, si scopre che le più colpite dal fenomeno dell’abbandono dalle prestazioni sono le donne.
Cambiare si può, si deve
È la Via Maestra a indicare la strada: portare la spesa per il Ssn al 7,5 per cento del Pil, lanciare un piano straordinario di assunzioni, ridurre le liste d’attesa, garantire servizi pubblici di qualità in ogni parte del Paese. Questi sono anche i punti principali della proposta di legge di iniziativa popolare sulla sanità lanciata dalla Cgil insieme a molte associazioni del terzo settore. Si può firmare anche on line collegandosi con la pagina dedicata del sito del ministero della Giustizia.
Ci si vede in piazza
Nel 1978 si arrivò all’approvazione della legge che istituì il Servizio sanitario nazionale spinti da una grande mobilitazione di cittadini e professionisti della sanità. Oggi a chiedere più risorse e meno diseguaglianze, a rivendicare che l’articolo 32 della Costituzione venga pienamente attuato, saranno quanti si metteranno in cammino insieme alla Via Maestra. L’appuntamento è alle 13,30 di sabato 17 ottobre in piazza della Repubblica a Roma, per arrivare alle 17 in Piazza del popolo. Buona strada a tutti e tutte.


























