Alla vigilia dei dieci anni dalla Brexit il primo ministro britannico Keir Starmer ha rassegnato le dimissioni, lasciando spazio a quello che ormai sembra essere per certo il suo successore, Andrew Burnham, già sindaco di Manchester. 

Dal referendum del 23 giugno 2016 nel Regno Unito si è verificata un’instabilità politica senza precedenti, con la successione di sei premier in un decennio, da David Cameron a a Keir Starmer, passando per Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss (che rimase a Downing Street solamente poco più di un mese) e Rishi Sunak.  

Delle conseguenze politiche ed economiche nel Paese ci parla Maurizio Rodorigo, coordinatore e managing director del patronato Inca Cgil UK. Nell’intervista, l’analisi di quanto ha portato alle dimissioni di Starmer, le promesse mancate, le politiche contro la libertà di manifestare, le prospettive, anche in vista del pericolo Nigel Farage alle prossime elezioni, e le condizioni di lavoratori britannici e immigrati.  

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Qualche dato 

Secondo uno studio del National bureau of economic research la Brexit ha ridotto il pil del Regno Unito del 6-8 per cento, gli investimenti del 12-13 per cento, l'occupazione e la produttività del 3-4 per cento. A pesare sono stati anche la pandemia da Covid 19 e le guerre in corso, con la conseguente crisi energetica.

La ricerca citata individua quattro canali attraverso i quali la Brexit ha influenzato negativamente l'economia del Regno Unito: aumento persistente dell'incertezza con riflessi pesanti sugli investimenti, minore domanda di beni e servizi, riduzione degli investimenti in innovazione e tecnologie, danni superiori alle aziende più produttive e con maggiore esposizione internazionale. A pesare anche un periodo di transizione molto lungo, conclusosi solamente due anni fa. 

Inoltre, a essere penalizzato sino al 15 per cento è il sistema di import-export, anche perché i nuovi accordi commerciali con paesi extra-UE “non avranno un impatto significativo e qualsiasi effetto sarà graduale”.

I britannici ci ripensano

Secondo un sondaggio pubblicato dai media britannici, il 57 per cento degli abitanti del Regno Unito si è espresso contro la Brexit, un chiaro segno di come l’aumento dell’inflazione che ha portato a una perdita del potere d’acquisto dei lavoratori negli ultimi dieci anni abbia convinto anche chi allora votò a favore dell’uscita dall’Unione che non fu una scelta giusta.  

Un sondaggio realizzato dall'European council on foreign relations rileva che gli intervistati segnalano effetti negativi della Brexit sul costo della vita per il 66 per cento, sull'economia per il 65, sulle opportunità per i giovani per il 57 e sull'immigrazione clandestina per il 56 per cento.  Alla domanda su quali siano i principali vantaggi della Brexit, i britannici rispondono per la maggior parte “non so”. 

Quello che viene chiamato il movimento 'Rejoin Ue' per rientrare in Europa sembra quindi fare proseliti, anche se gli analisti parlano di forti divisioni interne alla popolazione britannica. Saranno le prossime elezioni politiche a dimostrare se i laburisti, con Burnham, saranno riusciti a ricompattare la sinistra del Paese e ad attrarre i moderati per scongiurare che Farage, l’uomo dell’ultradestra britannica e padre della Brexit, arrivi a Downing Street.