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Scenari

La rivincita di George Floyd

Foto: Agenzia Sintesi
Mariuccia Ciotta
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In un clima apocalittico, attorno all'insediamento di Joe Biden, si condensano i peggiori timori degli Stati Uniti accerchiati da una destra sovversiva e violenta. Eppure in questo passaggio drammatico c'è anche il riscatto delle persone uccise dall'odio bianco

L'alba del 20 gennaio illumina 25mila soldati della Guardia nazionale, la polizia cittadina, il Secret Service, l'Fbi, una Washington blindata con le strade chiuse e i checkpoint sparsi ovunque. Lo spiegamento di forze mai viste in 150 anni non è lì per fronteggiare un nemico esterno, ma il presidente degli Stati Uniti uscente. L'allarme suona forte anche nelle capitali dei cinquanta States.

Inseguito dal secondo impeachment, Trump, si auto-conferma vincitore e, per la prima volta nella storia americana, diserta la cerimonia di insediamento del successore. Fotogramma storico di un'assenza. Ma c'è qualcosa che va al di là della caparbia resistenza al “licenziamento” e oltrepassa la delusione degli elettori repubblicani. Le migliaia di rabbiosi manifestanti del 6 gennaio si apprestano a tornare come gli zombie di Romero, pronti a scatenare La seconda guerra civile americana, premonizione di Joe Dante, in difesa “della vera identità del popolo americano”. “Non sorprenderebbe a questo punto se si avverasse in qualche forma l'obiettivo del Boogaloo Boys. una delle delle numerose formazioni sovversive di estrema destra in campo che auspica una nuova guerra civile”, scrive Luca Celada nel suo illuminante Autunno americano.

Già. I mass media nella frenesia di ritrarre il simbolo della rivolta non si accorgono che Jake Chansley, nome d'arte Angeli, torso nudo tatuato e faccia dipinta da Toro seduto, non rappresenta affatto il cavernicolo, ma il “nativo”, il vero americano delle origini, non il pellerossa ma il pioniere che lo ha divorato. “Nel momento in cui guarda negli occhi l'indiano, l'europeo diventa 'americano'” scrive Leslie A. Fiedler,  si impossessa cioè dell'America. In diritto, perciò, di riprendersi il Campidoglio, coerente all'imperativo da telefilm Law & Order. Gli aggressori di Capitol Hill non trasgrediscono la legge, sono la legge.

La bocca spalancata in un urlo spettacolare, l'uomo con le corna di bisonte, autentico macho di specie trumpiana, ha funzionato da diversivo. L'attore e aspirante cantante frustrato si è fatto interprete dell'insurrezione armata con una performance ridicola - “una pagliacciata” la definisce Zizek – per diminuirne la tragicità. Sotto la sua pelliccia suggestiva, però, si nasconde la stessa fede delle truppe d'assalto. Lo “sciamano” è del tutto conforme alla falange formata da ex militari, poliziotti in borghese, reduci, Proud Boys, primatisti bianchi e seguaci di QAnon. Jake Angeli, infatti, è un adepto della setta, convinta, tra l'altro, del complotto pedofilo con sede in una pizzeria di Washington, complici Hillary Clinton, Obama e Soros. Punto di riferimento dell'estrema destra globale, si è ramificata via social e ha infestato la rete di fake-news con messaggi e video rilanciati da Trump, che ripete ossessivamente di aver vinto con “larga misura” in ossequio alle teorie di QAnon e alla congiura del Deep State. È lui il prescelto per ribaltare i poteri occulti e il dominio della cabala mondiale. Inquietanti e diffuse tracce della setta si trovano sui muri delle città nel ritratto di John F. Kennedy, incomprensibile omaggio al presidente democratico se non fosse che la sua morte è attribuita proprio agli intrighi del Deep State, lo Stato oscuro e profondo.

La protesta armata segue l'ordine di salvare l'America e di riportare alla Casa bianca il vero vincitore. Quello che sembra un capriccio da presidente nato in uno show tv, egocentrico e viziato - bizzarro quanto Jake pelle-di-bisonte - è in realtà una missione per conto dell'internazionale nera consociata con forze eversive fuori dai confini americani. A intrecciarne le sorti, un bieco esponente della campagna per l'unità dei neo-fascisti, chiamata The Movement. Steve Bannon, consigliere prediletto di Trump, fotografato a braccetto con i leader di destra, italiani compresi.  Dimenticato dalle cronache del 6 gennaio, l'uomo è il promotore del New World Order e il più robusto divulgatore delle teorie complottiste, ispiratore del mood sulla “farsa delle elezioni più corrotte di tutti i tempi”. Capo della campagna We Build the Wall, raccolta di fondi per la costruzione del muro col Messico, si salverà probabilmente dall'accusa di riciclaggio di denaro, processo fissato a maggio, per grazia ricevuta dal suo ex boss. Tre giorni prima dell'attacco al Campidoglio, Bannon ha intervistato l'ex nunzio anti-papa Francesco Carlo Maria Viganò che ha benedetto l'esercito trumpiano ed esortato “i figli della Luce ad agire a favore di Trump contro Biden”.

Ecco chi si mobilita nei cinquanta Stati e a Washington per battere i “figli delle tenebre”. Siamo in pieno immaginario apocalittico. In una realtà parallela, dove la dinamica del populismo vacilla a favore del misticismo crypto-nazista. Chi poteva prevedere la scalata delle mura di Capitol Hill, lo sfondamento di porte e vetrate, la caccia al congressista, il pestaggio di poliziotti, il biglietto sulla scrivania di Nancy Pelosi “Noi non ce ne andremo”? “Persone speciali a me molto care”, i neo-nazi di Charlottesville e gli agenti di sorveglianza che aprono le barriere alla catapulta umana, e la invitano a entrare. Così si difende Jake Angeli, che, sostiene il suo avvocato, non ha mai forzato le porte del Campidoglio.

È questo l'identikit dei 74 milioni di elettori diTrump? I nuovi fascisti pronti a eliminare fisicamente Joe Biden e Kamala Harris. Il frutto del declino irreversibile dell'America, che, dopo Trump, vivrà nel veleno del trumpismo? Eppure. La maggioranza di loro, presenti o assenti a Washington, ha creduto in un presidente disposto a risarcirli dalla grande crisi industriale che ha spezzato il Paese e impoverito gli Stati dei Grandi laghi e del Midwest. E desertificato Detroit, la città del Model-T di Ford, teatro di fantasmi e malinconici vampiri, quelli di Jim Jarmusch che nel 2013 ha reso omaggio alla città fallita in quello stesso anno. Era una roccaforte democratica, ora la Rust Belt è un serbatoio di furore repubblicano. “America Great Again” per gli ex operai di Detroit ha forse significato la speranza di un ritorno al lavoro, a un'esistenza degna e al Rinascimento. Illusioni. La “cintura di ruggine” è restata tale. Compassione per quelli che, le facce pallide di cattive intenzioni, lì nelle strade di Washington, dietro le feroci milizie, scambiano incubi per sogni, infettati dal virus della malattia e del degrado. Sarà compito della presidenza democratica prendersene cura - non solo economica -  e lo stesso vale per chi combatte i populisti di ogni latitudine.

Certo è che a meritarsi il primo premio come simbolo dell'attacco passato e futuro a Capitol Hill non sarà il pittoresco Jake Angeli, ma Eugene Goodman, agente african-american che in un fermo immagine respinge l'aggressore bianco tenendogli la mano sul petto dove spicca la lettera Q. È lui che ha sollevato finalmente da terra George Floyd, gli ha restituito il respiro, la cittadinanza e la vita.