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L'Europa col virus

L'Europa col virus
Foto: Europa
Mario Pianta e Matteo Lucchese
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Lo scontro tra Italia e Bce rivela l'incapacità delle istituzioni continentali ad affrontare qualunque tipo di emergenza economica. Di fronte a questa recessione, le politiche di espansione monetaria sono del tutto inefficaci

L’epidemia di Coronavirus ha chiuso le frontiere europee e potrebbe aprire una grave crisi economica. Lunedì 16 marzo la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha proposto che per 30 giorni le frontiere esterne della Ue siano chiuse ai non-europei per viaggi “non essenziali”. Molti governi hanno già chiuso le frontiere nazionali, senza alcun coordinamento europeo. Contemporaneamente, si è riunito l’Eurogruppo – i ministri dell’Economia della zona euro – per approvare le nuove norme sul controverso Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e gli interventi straordinari sull’epidemia di Coronavirus. Su entrambi i temi l’Europa rischia di arrivare troppo tardi. 

Nello stesso giorno le borse di tutto il mondo hanno aggravato le perdite delle settimane precedenti. Tra il 19 febbraio e il 12 marzo alla Borsa di Wall Street l’indice S&P500 ha perso il 25%, lunedì 16 marzo ha perso un altro 10%, nonostante il taglio dei tassi d’interesse quasi a zero introdotto domenica dalla Federal Reserve. Alla Borsa di Milano tra il 19 febbraio e il 12 marzo l’indice Ftse Mib ha perso il 40%; il 16 marzo ha perso un altro 6%. L’instabilità finanziaria è destinata a crescere e non viene fermata dalle nuove emissioni di liquidità da parte della Federal Reserve Usa, con 1.500 miliardi di dollari o della Bce, con appena 120 miliardi di euro per tutto il 2020, senza riduzioni dei tassi d’interesse.

Per di più, la decisione della Bce del 12 marzo è stata accompagnata dalla disastrosa dichiarazione della presidente Christine Lagarde “Non siamo qui per ridurre gli spread, non è compito nostro”, ripresa da una frase della rappresentante tedesca nel direttorio della Banca. L’aggravarsi degli “spread” dei tassi d’interesse tra titoli di Stato italiani e tedeschi è stato immediato. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con un intervento senza precedenti, ha immediatamente replicato: “l’Europa sia solidale e non ostacoli l’Italia”, portando a una lieve correzione di tiro della Lagarde: “sono pienamente impegnata a evitare qualsiasi frammentazione in un momento difficile per l’area dell’euro”.

Questo inedito scontro tra Italia e Banca centrale europea rivela quanto incapaci siano le attuali istituzioni europee ad affrontare qualunque tipo di emergenza economica e quanto lontane siano le strategie di Germania e Francia dagli interessi dell’Italia e dei paesi del Sud Europa. Senza un radicale cambio di rotta dei poteri europei, la “frammentazione” dell’area euro potrebbe diventare uno degli effetti dell’epidemia. La crisi finanziaria è destinata ad avere il suo epicentro negli Stati Uniti. Nella crisi del 2008 le borse avevano perso il 50% delle quotazioni, e si potrebbe arrivare a perdite analoghe con l’epidemia che si diffonde negli Stati Uniti. Nel febbraio scorso gli indici di Wall Street avevano raggiunto più del doppio dei valori del 2007, livelli del tutto ingiustificati dalla situazione dell’economia reale. Ad alimentare la speculazione finanziaria c’era soprattutto la convinzione diffusa che con Donald Trump alla Casa Bianca le politiche di sostegno a finanza e imprese e gli sgravi fiscali ai ricchi avrebbero permesso a Wall Street di continuare la propria espansione. Le recenti misure espansive della Federal Reserve Usa andavano ancora in quella direzione, ma questa volta i mercati finanziari non sembrano stabilizzarsi.

Finora è mancato un evento specifico che faccia esplodere la crisi, come è stato nel 2007 il crollo dei mutui “subprime”, il fallimento di Lehman Brothers e poi la crisi del debito pubblico in Sud Europa. Il sistema finanziario è diventato molto complesso e vulnerabile e la crisi potrebbe scoppiare per l’enorme debito privato che si è accumulato negli Usa, o per l’incapacità europea di cambiare politiche di fronte all’espansione del debito pubblico degli Stati più fragili. L’economia europea sarà colpita duramente dall’epidemia di Coronavirus. C’è innanzi tutto l’interruzione di parte della produzione e il blocco dei consumi nei periodi di diffusione più acuta dell’epidemia (il primo trimestre in Cina e Italia, i mesi da marzo in poi nel resto d’Europa e negli Usa). Interi settori – come viaggi aerei, trasporti, turismo e ristorazione – sono fermi. La produzione, specie nella manifattura, dipende ormai in forte misura da sistemi di produzione internazionale con componenti prodotte in decine di paesi diversi, un sistema assai vulnerabile di fronte al blocco di attività legato all’epidemia. Gli effetti sul lavoro sono la perdita di occupazione e di salario, che possono essere compensati solo in misura limitata dalle misure compensative come quelle introdotte dal governo italiano (cassa integrazione, sgravi fiscali ecc.). La prevedibile caduta di domanda finirà per rallentare ulteriormente la produzione. L’aumento di spesa sanitaria dovuto all’emergenza epidemia difficilmente potrà avere effetti espansivi rilevanti sull’insieme dell’economia.

Di fronte a questa recessione, le politiche di espansione monetaria sono del tutto inefficaci; anche lo stimolo indiretto di politiche fiscali espansive o sgravi fiscali rischia di avere effetti limitati; solo un aumento della spesa pubblica per la realizzazione di servizi pubblici, acquisti di beni e creazione di nuove attività produttive può far ripartire l’economia. Le prospettive per l’Italia sono particolarmente difficili. La caduta del Pil italiano per il 2020 potrebbe arrivare al 5%. Secondo Confindustria, il 20% delle imprese ha avuto effetti negativi forti; interi settori – come il turismo – saranno colpiti ben oltre il momento più acuto dell’epidemia; peserà poi l’effetto depressivo della caduta dei redditi e della domanda. Inoltre, con un sistema produttivo indebolito da un decennio di recessione e ristagno, anche misure di sostegno ai redditi potrebbero non tradursi in aumenti di produzione interna, ma rivolgersi all’importazione, come è già avvenuto nei casi delle mascherine e dei macchinari sanitari per la rianimazione. Dopo la crisi del 2008 la perdita del 20% di capacità produttiva è diventata permanente. Il rischio per il paese è che per effetto dell’epidemia si produca un analogo arretramento dell’economia italiana.

Di fronte alla recessione che si prospetta, l’Europa resta assente. Dopo settimane di disattenzione, la presidente della Commissione europea ha annunciato il 13 marzo “flessibilità” sul Patto di stabilità per l’Italia. È un passo molto modesto. Richieste di intervento all’Unione europea e al governo italiano sono state avanzate da diverse parti; tra queste un appello di 150 economisti italiani e la lettera “With or without Europe”. Un richiamo alla necessità di un forte impegno finanziario dell’Europa e di una modifica del suo assetto istituzionale è venuto da alcuni articoli di Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio; la loro tesi è che “l’Unione Europea possiede tutti gli strumenti per mettere in atto per il prossimo decennio un progetto in grado di mobilitare, senza alcun rischio e con costi molto limitati, un incremento di investimenti di almeno 500 miliardi di euro l’anno”. Si tratta di rilanciare la proposta di EuroUnionBond, sulla base delle esperienze del Meccanismo europeo di stabilità (che già emette titoli europei) e delle attività della Banca Europea degli Investimenti.

Secondo Quadrio Curzio, “un sistema con una banca centrale e una moneta unica deve avere anche un bilancio federale o confederale adeguato tra il 10 per cento e il 20 per cento del Pil, finanziato con emissioni sul mercato dei capitali”. Di fronte all’emergenza Coronavirus Quadrio Curzio ha proposto l’emissione di “EuroRescuebond (ERB) per affrontare il Covid-19. Con opportune garanzie potrebbe essere la stessa Bce ad acquistare gli Erb come ha acquistato titoli di Stato dei singoli Paesi”. Misure di questo tipo – un’espansione rilevante del bilancio europeo, l’emissione di Eurobond che la Bce possa acquistare direttamente, un ripensamento del ruolo di Mes e Bei per finanziare investimenti pubblici europei – sono essenziali per fare dell’Europa un soggetto politico in grado di fronteggiare l’epidemia e le sue conseguenze economiche, evitando la frammentazione delle risposte nazionali e la paralisi degli ‘egoismi’ nazionali.

Al di là dell’emergenza immediata, è necessario un cambiamento radicale delle politiche europee. La politica fiscale europea dovrebbe basarsi su un bilancio comune di grandi dimensioni e su un maggior spazio d’azione per i governi nazionali, a cominciare dalla “golden rule” che esclude dai limiti di spesa gli investimenti pubblici e tutte le spese collegate all’emergenza sanitaria. La politica europea di spesa, tassazione e finanziamento in deficit deve essere costruita per consentire lo sviluppo del modello di welfare state tipico dell’Europa, facilitando la convergenza di tutti i Paesi membri ai livelli più alti di prestazioni. In parallelo, la politica europea deve favorire e finanziare l’impegno di tutti i Paesi per investimenti e ristrutturazioni dell’economia per prevenire e adattarsi ai cambiamenti climatici. Una visione politica all’altezza di questi problemi, tuttavia, non si trova oggi né a Bruxelles, né nelle capitali europee. Gli effetti economici e sociali dell’epidemia di Coronavirus (analizzati dai contributi raccolti nello speciale di Sbilanciamoci.info) potrebbero aprire una crisi verticale non solo per l’economia e la finanza, ma anche per le istituzioni dell’Europa.