“Il 9 marzo sciopero perché ci troviamo in una situazione generale intollerabile: le donne sono ‘sotto attacco’ da molti punti di vista. Penso, da ultimo, al ddl stupri, alle differenze salariali nel lavoro, alle discriminazioni un po’ ovunque”.

Dora Patti insegna in un istituto primario di Alessandria, in un settore come la scuola, dunque, dove la presenza femminile è largamente maggioritaria. Nel rapporto costante con le famiglie e con le colleghe il senso di questa ingiustizia che attraversa la nostra società si sente pesantemente.

“Da quello che vedo - ci dice - è evidente che il lavoro di cura non è diviso equamente. Se parlo con le mie colleghe, i loro racconti di vita domestica sono racconti di chi, oltre alla fatica dell’impegno a scuola, deve poi anche assumersi il peso del lavoro domestico, della cura dei figli e spesso anche dei genitori. Insomma, anche il mio ambiente di lavoro è molto toccato in realtà dalle questioni connesse con lo sciopero del 9 marzo”.

Quanto alle famiglie, questa disparità si vede chiaramente: “Tranne rarissime eccezioni, sono le mamme che vengono a prendere figli o figlie a scuola, e questo è spesso dovuto al fatto che hanno più tempo, perché magari fanno un lavoro di cura, oppure lavorano da casa o hanno meno occasioni di carriera rispetto agli uomini: anche in questo, appunto, il frutto di una discriminazione, la stessa che poi genera le differenze salariali”.

D’altra parte, aggiunge, “io credo nell'intersezionalità delle lotte, quindi sciopererò, come ogni anno in questa occasione, come lavoratrice e come donna”.

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E come donna non si può non sottolineare “il dramma della violenza, dei femminicidi - sottolinea Patti -. Non ‘episodici’, occasionali, ma purtroppo fenomeni ormai strutturali. Per questo trovo gravissimo che nelle scuole l'educazione sessuo-affettiva non diventi una materia obbligatoria, non è possibile che nelle scuole non si pensi di prevenire questi fenomeni che, ripeto, sono ormai radicati nella nostra società”.

L’insegnante sottolinea poi un fatto importante, e cioè che il tema non riguarda solo le bambine e le ragazze, anche se queste sono certamente le vittime di questa violenza: “Lo stereotipo di genere colpisce anche i bambini. Penso a cose apparentemente banali, come quando si dice loro di “non fare la femmunuccia’. Per secoli sono stati educati a non esprimere certe emozioni e anzi ad averne paura”.

In sostanza, l’educazione sessuo-affettiva serve a tutti e a tutte: “Si tratta di un modo per rendere la società più sana, più equilibrata, più inclusiva. Bisogna garantire benessere emotivo e psicologico anche ai bambini, a quei maschi che saranno i futuri uomini. Non solo, dunque, per l’obiettivo, pur fondamentale e necessario, di evitare i femminicidi che di questo clima rappresentano gli esiti estremi”.

La scuola, in ogni caso, resta il luogo più importante in cui lavorare per eliminare disparità di ogni genere, a partire da quelle linguistiche: “Io, ad esempio - sottolinea l’insegnante - insisto moltissimo sul linguaggio inclusivo sin dal primo anno: quando mi rivolgo alla classe, non uso mai il maschile sovra-steso, ma declino sempre al maschile e femminile”.

La scuola infine, insieme a pochi altri settori, come quelli di cura o certi comparti del terziario, è un luogo in cui la stragrande maggioranza di addetti è donna, anche nell’unica posizione apicale che esiste, cioè quella della dirigenza scolastica. “Ma anche in questo caso - conclude Patti - si tratta del frutto di una discriminazione: è evidente che questo lavoro risulta meno attrattivo per gli uomini perché i salari sono più bassi e le possibilità di carriera inesistenti”.