Il 1946 è giustamente ricordato come un anno decisivo nella storia democratica italiana: il referendum istituzionale, l’elezione dell’Assemblea costituente e la prima partecipazione delle donne alle elezioni amministrative e politiche nazionali segnarono una svolta nella vita del Paese.

In questo processo di trasformazione, una pagina importante è stata a lungo meno presente nella memoria pubblica: l’ingresso delle donne alla guida delle amministrazioni comunali.

Il 1° febbraio 1945, mentre l'Italia è ancora segnata dalla guerra di Liberazione, il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 riconosce alle donne il diritto di voto. Poco meno di un anno dopo, nel 1946 viene riconosciuto alle cittadine italiane anche il diritto di essere elette. A pochissimi giorni dall'entrata in vigore del provvedimento e dall’avvio della prima tornata di consultazioni amministrative del dopoguerra, migliaia di donne varcheranno per la prima volta la soglia dei consigli comunali e alcune di loro verranno proclamate sindache.

Non si trattò affatto di un fenomeno trascurabile o di un semplice atto formale, ma di un’autentica e capillare rivoluzione politica che attraversò la Penisola dai piccoli centri rurali ai comuni di media dimensione, dal Nord alle regioni del Mezzogiorno. La loro vicenda è meno conosciuta di quella delle madri costituenti, ma permette di osservare un altro passaggio fondamentale: la democrazia che si costruisce nei luoghi in cui le persone vivono e si confrontano con i problemi quotidiani.

Per ricostruire e trasmettere questa storia alle nuove generazioni è nato il progetto “Donne in Comune. Le prime sindache d’Italia e l’eredità della loro azione di governo”. Promossa da Fondazione Nilde Iotti, Ali (Autonomie locali italiane) e Cgil, l'iniziativa intreccia indagine storica d'archivio, innovazione didattica, partecipazione studentesca e dibattito contemporaneo sulla rappresentanza di genere.

Un momento importante di questo percorso è stata la mostra “Donne in Comune. Le prime sindache del 1946: un fenomeno nazionale”, presentata a Roma il 30 settembre e il 1° ottobre 2026 a Palazzo Valentini, nell’ambito del Festival delle Città promosso da Ali.

L’esposizione ha articolato il percorso in 15 pannelli documentari e iconografici, dedicati alle protagoniste e alle loro esperienze amministrative. Tra queste, Ada Natali, partigiana eletta a Massa Fermana e poi deputata alla Camera; Caterina Tufarelli Palumbo, eletta a San Sosti a 24 anni; Ines Nervi, sindaca di San Pietro in Amantea; Lydia Toraldo Serra, eletta a Tropea; Ninetta Bartoli, sindaca di Borutta; Elsa Damiani Prampolini, medico pediatra eletta a Spello; Elena Tosetti, sindaca di Fanano, ricordata anche per essere scesa in strada a spalare la neve insieme ai lavoratori comunali.

Pur appartenendo ad estrazioni sociali e culture politiche differenti - comuniste, socialiste, democristiane e cattoliche - queste donne hanno trovato nel governo della prossimità un terreno d'intesa d'eccezione e si sono caricate sulle spalle il peso gigantesco della ricostruzione morale e materiale di un Paese lacerato e in rovina aprendo ambulatori e mense scolastiche, promuovendo piani per l'edilizia popolare, realizzando fognature, acquedotti e strade di collegamento, sostenendo l'occupazione e l'alfabetizzazione della popolazione.

La vera forza del progetto “Donne in Comune” risiede però nella sua capacità di fare del rigore della memoria un ponte verso il futuro e la stretta attualità. Come emerso chiaramente nei lavori di presentazione del progetto, la lezione delle sindache del 1946 possiede un valore politico di straordinaria e urgente contemporaneità.

In un'epoca in cui le donne alla guida delle amministrazioni comunali italiane rappresentano ancora solo il 15,4% del totale la storia delle prime cittadine dimostra che la presenza femminile al potere non è una concessione o una quota formale, ma un fattore essenziale di qualità della democrazia e di trasformazione concreta della società.

Le sindache del '46 non portarono soltanto competenze amministrative, ma un’idea nuova di governo basata sulla vicinanza ai bisogni reali, sulla cura delle persone, sul sostegno alla maternità e sull'indipendenza economica e sociale delle donne.

Il progetto vede il coinvolgimento diretto di studenti delle scuole secondarie di secondo grado attraverso laboratori nei quali i giovani rielaborano le testimonianze storiche creando strumenti multimediali, video-documentari e podcast.

Il coinvolgimento delle studentesse e degli studenti offre l’occasione di mettere in relazione le fonti storiche con le domande del presente. La memoria, in questo caso, non è una galleria di biografie esemplari, ma uno strumento per interrogare le istituzioni, verificare le trasformazioni avvenute nel tempo e comprendere quali condizioni siano necessarie per rendere effettiva la partecipazione.

Recuperare l'esperienza delle sindache del 1946 significa di fatto riaffermare il valore alto della politica intesa come servizio, cura della comunità e tutela della dignità umana: una grande lezione di democrazia, responsabilità e uguaglianza che “Donne in Comune” consegna con determinazione al presente del nostro Paese e ai giovani ai quali questo presente e questo futuro appartengono.