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La più lontana delle kermesse cinematografiche dai problemi della vita quotidiana sembra volersi riconnettere con la realtà. Nella 21ª edizione della Festa del Cinema di Roma, in programma dal 13 al 25 ottobre, il lavoro emerge a sorpresa, come uno dei temi attraverso cui leggere le trasformazioni della società contemporanea.
Il racconto del lavoro come metafora della realtà
Non soltanto una professione, un mestiere o una fonte di reddito, ma una condizione che incide sulle relazioni, definisce le gerarchie sociali e stabilisce, troppo spesso, il confine tra chi può scegliere e chi deve accontentarsi. C’è chi lavora per sopravvivere, chi per non perdere tutto e chi sogna, proprio attraverso il lavoro, di cambiare vita. Dai lavori occasionali alla gig economy, dal lavoro domestico al turismo, fino al mondo dell’impresa e alle sue contraddizioni, i film delineano percorsi differenti che restituiscono un’immagine del lavoro complessa e stratificata.
“Congo Boy”, il rifugiato che sogna di diventare rapper
A volte lavorare non significa necessariamente costruirsi un futuro, ma riuscire ad arrivare al giorno dopo. È il caso di “Congo Boy”, di Rafiki Fariala, in concorso. Il protagonista è un diciassettenne rifugiato che sogna di diventare rapper, ma deve occuparsi dei fratelli più piccoli mentre i genitori sono in carcere. Tra scuola, lavori occasionali e responsabilità che arrivano troppo presto, il lavoro diventa una necessità che rischia di sottrarre spazio ai desideri. Il sogno artistico resta una possibilità di riscatto, ma deve fare i conti con un presente che non concede tregua.
"7 anniversari”, quando la gig economy irrompe nella coppia
La precarietà assume invece i contorni della quotidianità urbana in “7 anniversari”, opera prima di Sabrina Iannucci, presentato nella sezione Freestyle. Al centro c’è una coppia composta da una doppiatrice affermata e un creativo che lavora come rider. Due esperienze professionali distanti, due differenti rapporti con la stabilità e con il futuro. Il lavoro irrompe così nella sfera privata, mettendo in evidenza come le differenze economiche e le incertezze professionali possano incidere anche sugli equilibri sentimentali. La gig economy diventa il simbolo di un modello in cui essere occupati non significa necessariamente sentirsi sicuri.
"Mecenaten”, la colf che si finge una mecenate
Dal lavoro che non garantisce stabilità a quello che rende visibili le gerarchie sociali, il passo è breve. In “Mecenaten” (The Patron), di Julia Thelin, una donna addetta alle pulizie entra nella villa della propria datrice di lavoro, una ricca mecenate, e si finge padrona di casa davanti a due giovani artisti. Il ribaltamento dei ruoli apre uno spazio di riflessione sul rapporto tra chi presta un servizio e chi detiene il potere economico, tra chi abita gli spazi del privilegio e chi li attraversa per lavorare. La casa diventa così il luogo in cui si rendono evidenti le distanze di classe, ma anche quello in cui l’identità può essere messa in discussione. Chi lavora per gli altri rimane spesso sullo sfondo, invisibile quanto le mansioni che svolge. Eppure è proprio quel lavoro a consentire il funzionamento di un mondo costruito intorno al benessere altrui.
“Voilà, c’est fini”, il lavoro nel turismo tra lusso e disuguaglianze
Una dinamica che si ritrova, in una prospettiva diversa, in “Voilà, c’est fini”, di Gustave Kervern, maestro nel portare il lavoro sul grande schermo. Il protagonista è un dipendente di un grande resort alle Mauritius che si innamora di una turista e sogna di cambiare vita. Il contrasto tra chi lavora per offrire un’esperienza di svago e chi ne usufruisce mette in luce una contraddizione del settore turistico: dietro la promessa di evasione e leggerezza esiste un’organizzazione del lavoro fatta di ruoli, dipendenze e disuguaglianze.
“Le rose di Marrakech”, storia d’amore tra un giardiniere e una governante
Anche “Le rose di Marrakech”, di Ginevra Elkann, si muove in uno spazio organizzato dal lavoro e dai rapporti di dipendenza. Nella tenuta in cui si svolge la storia, Leila lavora come governante e Yusef come capo giardiniere. Le mansioni e le relazioni che regolano la vita della proprietà contribuiscono a definire gli equilibri tra i personaggi, mostrando come il lavoro non sia soltanto ciò che si fa, ma anche il posto che si occupa all’interno di una struttura sociale.
"Brianza”, tra crisi d’impresa e paura del fallimento
Se nei lavori dipendenti i rapporti di potere si manifestano attraverso la posizione occupata, nel mondo dell’impresa pesano anche il rischio economico e la pressione del successo. In “Brianza”, di Simone Catania, la crisi del 2009 mette alle strette un imprenditore che rischia di perdere tutto dopo un investimento nel lusso. Debiti, affari e appropriazione indebita compongono il ritratto di un sistema in cui la ricerca del successo può trasformarsi in una trappola. Il lavoro, qui, non è soltanto fatica o subordinazione: è anche ambizione, responsabilità e paura del fallimento.
“Mission”, il no future delle nuove generazioni
Una forma più intima di alienazione attraversa invece “Mission”, di Paul Wright. Dylan, trentenne che lavora in un ristorante di Glasgow, fatica a entrare in relazione con gli altri e a trovare un significato alla propria esistenza. Il lavoro si inserisce in questo ritratto di una generazione alle prese con la difficoltà di immaginare il futuro.
“Ceniza en la boca”, il lavoro migrante e la ricerca di un’identità
Allargando lo sguardo, il tema si ritrova anche in “Ceniza en la boca”, di Diego Luna, dove la protagonista Lucila cerca di costruirsi una vita altrove attraverso una successione di impieghi: badante, cameriera, rider, baby-sitter. Il lavoro migrante emerge nella sua dimensione più concreta, fatta di adattamento, necessità e tentativi di ricominciare. Una sequenza di occupazioni che racconta non soltanto la fatica di trovare stabilità, ma anche quella di costruirsi un’identità in un contesto nuovo. Il cinema, alla Festa di Roma, torna finalmente a interrogare la realtà, a partire dal lavoro come questione collettiva e personale al tempo stesso. I suoi protagonisti non sono semplicemente lavoratori: sono persone che cercano di tenere insieme necessità e aspirazioni, sopravvivenza e libertà, appartenenza e riscatto.






















