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Si è chiusa la 62esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, svolta dal 13 al 20 giugno sotto la direzione artistica di Pedro Armocida. Resta il festival più sperimentale che abbiamo in Italia. Come da vocazione storica, l’appuntamento si è confermato uno spazio aperto alle evoluzioni del linguaggio cinematografico, alle sperimentazioni contemporanee e alla riflessione politica attraverso le immagini.
Il ritorno di “Processo politico”
Uno dei momenti più attesi e significativi dell'ultima giornata del festival, nel pomeriggio del 20 giugno, è stato l'evento speciale dedicato al centenario della nascita di Arnaldo Pomodoro (1926-2025). In collaborazione con la Fondazione Pomodoro e la Cineteca Nazionale, è stata presentata la nuova edizione restaurata in pellicola di Processo politico, mediometraggio di 50 minuti realizzato nel 1971 dallo scultore insieme allo scrittore e poeta Francesco Leonetti.
Si tratta di uno dei film più controversi degli anni Settanta. L’opera nacque all'interno dell’esperienza della rivista Che Fare, fondata nel 1967 da Leonetti, Roberto Di Marco e Gianni Scalia, con il supporto artistico dello stesso Pomodoro. La pubblicazione rappresentò uno dei tentativi della sinistra italiana dell’epoca di far dialogare l’avanguardia culturale, la sperimentazione della scrittura e il conflitto sociale.
Il caso clamoroso del 1971
Processo politico applicò quelle stesse suggestioni al mezzo cinematografico, focalizzandosi su uno dei nodi più drammatici e caldi della storia repubblicana: il caso Pinelli. Il film si concentra infatti sul processo per diffamazione intentato dal commissario Luigi Calabresi contro il giornale Lotta Continua, iniziato dopo la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra della Questura di Milano, come tutti sanno, nei giorni successivi alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
La storia del film è ancora più affascinante. Fu presentato per la prima volta al Festival di Pesaro 1971, scatenando un vero e proprio terremoto. Accolto da accese contestazioni sia da parte del pubblico che della critica, fu generalmente stroncato per la sua forma estrema e provocatoria. Finì in una sorta di tenaglia: sia la parte più tradizionale della critica, sia i militanti di sinistra lo rifiutarono, accusandolo di un approccio troppo sperimentale mentre la “propaganda” richiedeva un cinema più immediato e lineare.
Il cinema come strumento di azione politica
In ogni caso, la proiezione della copia in pellicola restaurata permette di riscoprire Processo politico: non solo un prezioso documento d'archivio, ma anche un’opera di potente coraggio formale. Il film si proponeva esplicitamente di offrire una “visione autentica del processo borghese”: per farlo Leonetti e Pomodoro scelsero di non seguire le regole del documentario classico né quelle del dramma giudiziario. Ecco allora che scorrono davanti agli occhi frammenti di pura cronaca, repertorio, ricostruzioni e riflessioni teoriche distanzianti.
L’influenza dell’artista Pomodoro è evidente nella geometrica e rigorosa scomposizione dello spazio visivo, mentre l'insegnamento di Leonetti – che all’epoca era docente di Estetica a Brera – emerge nella struttura intellettuale del montaggio, secondo la lezione di Eisenstein e dei cineasti sovietici. Il tribunale non è raccontato come il luogo della verità, ma come il palcoscenico di una messinscena di classe. Il ritmo è spezzato, la colonna sonora e i testi recitati lavorano per accumulo e straniamento, impedendo allo spettatore qualsiasi identificazione emotiva, costringendolo a un continuo esercizio di analisi critica.
Rivisto oggi, insomma, Processo politico si rivela un oggetto intrigante, ovviamente datato e da collocare nel suo tempo, che però resta un saggio visivo su come il cinema si trasforma in strumento di azione politica. Interessare guardarlo nel 2026 nell’era del cinema commerciale, dei filmetti italiani e dei registi che non prendono posizione.
L’impegno sociale al Festival
In generale, l’edizione 2026 della Mostra ha dimostrato una spiccata attenzione anche per i temi sociali e politici contemporanei, declinati sia nelle retrospettive che nei titoli del concorso principale. Se Piazza del Popolo ha celebrato il grande cinema del passato con l'apertura affidata al quarantennale del film Il nome della rosa e gli omaggi a registi come Milčo Mančevski (Dust) e Giuseppe Piccioni (Fuori dal mondo), i focus di quest'anno hanno scavato nelle pieghe del cinema militante e underground.
Un'importante retrospettiva è stata dedicata al filmmaker inglese William Raban, figura centrale dell'avanguardia cinematografica britannica: i suoi lavori sono spesso legati al paesaggio urbano di Londra e alla critica delle trasformazioni socioeconomiche della Gran Bretagna post-industriale, rappresentando così un altro esempio di come lo sguardo documentario possa farsi politico.
Il festival come sempre ci tiene a rinsaldare il legame con il territorio. Anche per questo è stato assegnato il Premio Marche Nuovo Cinema ai giovani registi locali Nikola Brunelli, Elia Bei e Perla Sardella. È la testimonianza che una cinematografia regionale esiste e anch’essa si interroga sul presente, con basso budget ma puntando sulla forza delle idee.























