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Un “Manifesto contro la disumanizzazione”, per dire: “Basta narrazioni tossiche sui migranti, la scuola torni a essere comunità e inclusione”. Lo ha promosso la Flc Cgil insieme a un vasto e autorevole cartello di associazioni della società civile, del mondo dell’istruzione e dei movimenti studenteschi. L’obiettivo è chiaramente definito: la propaganda xenofoba e la criminalizzazione delle migrazioni nelle politiche scolastiche del governo il cui ultimo capitolo è ovviamente il decreto lavoro col tetto del 30%.
Offensiva in atto e tanto più grave in un Paese come l’Italia che vanta una pedagogia inclusiva per decenni all’avanguardia e che questo governo, con un mix di azioni esplicite e altre un po’ più nascoste, sta cercando di smontare pezzo a pezzo.
L'appello completo e il modulo di adesione alla petizione sono disponibili, sulla piattaforma Change.org. Nel manifesto si denunciano fatti specifici che riguardano il settore dell’istruzione: la mancata ricostituzione dell’Osservatorio per l'integrazione degli alunni con background migratorio, le regressioni presenti nelle Indicazioni nazionali 2025 (con l’ormai famigerato “Solo l’Occidente conosce la storia”) e una concezione coercitiva dell'italiano L2 da far apprendere a ragazze e ragazzi, inteso non come strumento di partecipazione, ma come fattore di assimilazione forzata e sanzione.
“Assistiamo - si legge nel manifesto - a un tentativo sfacciato di demolire il patrimonio interculturale costruito negli ultimi decenni dalle nostre scuole. Si vuole imporre un'idea di integrazione fondata sul sovranismo culturale, delegittimando le lingue madri e arrivando persino a colpevolizzare le famiglie”.
E ancora: “È una deriva autoritaria e occidentocentrica che rifiutiamo con forza. I dati di realtà, dalle rilevazioni Invalsi fino alle esperienze virtuose sui territori, dimostrano che la pluralità e la multiculturalità sono ricchezze che alzano la qualità didattica e sociale per tutti gli studenti”. Il Manifesto individua nella scuola e nelle istituzioni della conoscenza gli snodi fondamentali per la costruzione di una cittadinanza aperta, consapevole e plurale.
Tra le proposte ci sono il potenziamento dei Cpia (Centri provinciali per l'istruzione degli adulti), la valorizzazione del plurilinguismo e dell'educazione interculturale, il riconoscimento delle differenze culturali come risorsa formativa globale per tutte e tutti, superando e reali politiche di integrazione e diritto alla cittadinanza.
Il punto centrale è che “la lingua non può e non deve essere la misura dell'appartenenza o una barriera per escludere; insegnare l'italiano significa offrire uno strumento di emancipazione e partecipazione, non un dazio da pagare per essere tollerati”. Esattamente il contrario di ciò che pensa il governo e che si manifesta anche in una sorta di denigrazione della lingua d’origine e in un approccio poliziesco - o quanto meno intimidatorio - verso le famiglie nel loro rapporto con la lingua italiana.
E poi ci sono i fatti e i numeri. Mentre Valditara parla dell’importanza di imparare la lingua come strumento di integrazione - seppur nella declinazione che abbiamo visto - la realtà è molto diversa: la classe di concorso A023, quella che riguarda l’insegnamento della lingua italiana a discenti di origine straniera, è tra quelle più colpite dai tagli negli ultimi anni e comunque i numeri sono largamente insufficienti: 1.268, 506 nei Cpia (i Centri per l’istruzione degli adulti) e 762 nelle classi primarie, con un taglio di 175 posti. Il succo è sempre lo stesso: tanta propaganda, pochi fatti e, soprattutto, risorse.



























