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Che cosa hanno in comune il disegno di legge sulla caccia approvato dal Senato e l’ok definitivo ai cosiddetti nuovi Ogm dato dal parlamento europeo? All’apparenza, niente: coltivare liberamente organismi geneticamente modificati e cacciare liberamente anche su aree demaniali, molte più specie e per periodi più lunghi sembrano atti lontani anni luce tra loro.
Eppure il trait d’union c’è: entrambi sono attacchi alla biodiversità e agli ecosistemi, entrambi hanno alla base l’idea che la natura è qualcosa da depredare e da sfruttare, che la scienza e l’intervento umano possono incidere in modo predatorio su equilibri e processi di evoluzione millenari. A tutto vantaggio non dei cittadini ma di una minoranza: i cacciatori, che rappresentano nemmeno l’1 per cento degli italiani, e le multinazionali del biotech, le uniche che potranno beneficiare della normativa comunitaria.
Benefici per pochissimi
“Quello che unisce i due provvedimenti è la visione di una natura mercificata, da sfruttare e mettere a profitto per pochi – afferma Simona Fabiani, responsabile politiche per il clima, il territorio, l’ambiente e la giusta transizione della Cgil -. Dettata da un antropocentrismo che nega il principio One Health, che lega indissolubilmente la salute umana a quella degli animali e degli ecosistemi. Una visione antidemocratica e regressiva, che aumenta le disuguaglianze e le dipendenze solo per aumentare i profitti e i benefici per pochi. Due provvedimenti da contrastare per affermare un radicale cambiamento di sistema che tuteli i beni comuni, centrato sulla giustizia climatica e sociale, la piena occupazione, la pace e il disarmo”.
Caccia selvaggia
Contro il ddl “sparatutto” o “caccia selvaggia”, ora all'esame della commissione agricoltura della Camera, si sono levati gli scudi degli ambientalisti ma anche del mondo scientifico nazionale ed europeo, perché rappresenta un grave arretramento nella tutela della fauna selvatica e della biodiversità. Va in direzione opposta alle indicazioni di esperti e naturalisti, agli orientamenti comunitari e a una sensibilità ambientale sempre più diffusa. Per fermare il provvedimento si sono mobilitati personaggi del mondo dello spettacolo, specialisti ecologi ed etologi, cittadini, giovani, con manifestazioni, petizioni, campagne. Ma il governo prosegue sulla sua strada.
Dal 1992 a oggi
Il disegno di legge vuole riformare la normativa venatoria italiana che risale al 1992, che metteva al centro la tutela della fauna selvatica, quando tra l’altro i cacciatori erano molti di più di adesso, circa 1,7 milioni, contro gli attuali 600 mila e nessun ricambio generazionale in vista. Il prelievo venatorio era considerato un’eccezione regolata. Nel ddl, invece, la caccia viene indicata come uno strumento di gestione della fauna e di tutela dell’equilibrio ecosistemico, affermazione che non trova consenso nella letteratura scientifica.
Riforma antistorica
Con la riforma aumentano le specie cacciabili, che passerebbero da 7 a 47, si incrementano le aree in cui si potrà sparare, come spiagge e aree protette, aziende faunistiche private, si apre alla possibilità di cacciare anche durante le fasi di migrazione e di nidificazione degli animali, o con il buio, si prevedono limiti meno rigidi sui richiami vivi ossia gli uccelli usati come esca sonora negli appostamenti.
“Il ddl caccia antepone interessi particolari, in questo caso quello di cacciatori, armatori e altri, al bene comune – prosegue Fabiani -, attaccando in modo crudele gli ecosistemi e la fauna selvatica, anche ridimensionando il ruolo scientifico dell’Ispra. È stato anche attenzionato dalla commissione europea e dal presidente della repubblica, perché probabilmente in contrasto con le direttive comunitarie Habitat e uccelli selvatici. È un’involuzione normativa antistorica che contraddice l’esigenza di tutelare l’ambiente e la biodiversità, un passo indietro per i diritti degli animali che non tiene in alcun conto la sensibilità antispecista e animalista che per fortuna sta crescendo anche nel nostro Paese”.
Nuovi Ogm, ovvero Ngt
Sui cosiddetti nuovi Ogm, cioè le piante ottenute con le nuove tecniche genomiche (Ngt) per le quali il parlamento europeo ha adottato in via definitiva le norme che li svincolano dalle regole a cui erano soggetti i vecchi organismi geneticamente modificati, i problemi sono altri: i prodotti Ntg non saranno soggetti a obblighi di tracciabilità, etichettatura e valutazione del rischio. Il regolamento, applicabile tra due anni, sarà valido per le piante prodotte nell’Unione e per quelle importate.
Due le categorie di Ngt, con obblighi giuridici diversi. Nella categoria Ngt-1 rientrano le piante sottoposte a un numero e un tipo di modifiche limitati, che saranno trattate alla stessa stregua di quelle convenzionali. Le sementi e il materiale riproduttivo saranno raccolti ed etichettati in una banca europea e potranno essere brevettati. Le piante non sono soggette a tracciabilità, etichettatura e valutazione del rischio. Le altre, Ngt-2, continueranno a essere regolate dalle norme in materia di Ogm già in vigore.
Deregulation in arrivo
21 organizzazioni italiane in difesa dell’agricoltura contadina, biologica, biodinamica e dei diritti dei consumatori e dei cittadini giudicano gravissimo il lasciapassare del parlamento, un “atto che si inserisce nel contesto di una deregulation trasversale promossa dalle istituzioni europee dietro la falsa credenza che ciò migliorerà la competitività”.
La lobby del biotech
A beneficiarne saranno certamente i bilanci delle aziende biotech che producono queste piante, non certo i cittadini che non sapranno che cosa stanno comprando e mettendo in tavola, né gli agricoltori, sempre più esposti al rischio di contaminazione e alle pressioni derivanti dai brevetti sulle sementi, men che meno la capacità di resilienza basata sulla diversità delle colture.
“Siamo molto preoccupati per le norme approvate dal parlamento europeo sulle nuove tecniche genomiche – aggiunge Simona Fabiani della Cgil -. Si tratta di una deregolamentazione che sacrifica la tutela della salute, ignorando il principio di precauzione, degli ecosistemi e della biodiversità per favorire i profitti delle multinazionali che detengono i brevetti. Un attacco ai diritti dei cittadini, agli agricoltori e all’agricoltura biologica. Per garantire la sicurezza alimentare questa è la strada più sbagliata. Serve piuttosto agire per la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico, considerare i semi come beni comuni e tutelare la sovranità alimentare come scelta democratica, libera dalla dipendenza dalle lobby”.






















