Bollino rosso in 27 città, un nuovo record. Asfalto che arriva a 62°. Registrati 48° alla stazione di Napoli. Fiumi in secca, con il Po a meno 8,4 metri. Appennino a 41°. E ancora, morti sul lavoro, infortuni, malori. Cronache della quarta ondata di calore dell’estate che attanaglia l’Italia senza lasciare tregua: finora si contano 48 notti tropicali consecutive.

Un’onda calda alimentata dal flusso di aria africana che continua a investire il Mediterraneo con temperature superiori alle medie stagionali. Secondo gli scienziati non è un fenomeno isolato, proseguirà ancora per giorni e sarà la nuova normalità.

“Ci stiamo inoltrando in territori inesplorati – afferma il geologo e divulgatore Mario Tozzi -. Con il possibile ritorno di El Niño, nel 2027 le cose non miglioreranno, anzi. Non possiamo saperlo con certezza, ma le ipotesi sul tavolo non sono positive. Il punto però è anche un altro: le nostre città sono sempre le stesse”.

Che cosa intende dire?
Che mentre il clima cambia, le città rimangono sempre uguali a se stesse, non sono adatte a sostenere queste temperature, che le arroventano e le rendono i luoghi più invivibili del Pianeta. Le nostre città sono coperte di asfalto e di cemento che intrappolano il calore, rendono bollenti le superfici, non le fanno respirare, e le rendono impermeabili: ogni pioggia può diventare una potenziale alluvione. Intanto i mezzi di trasporto scaldano l’aria, mentre i climatizzatori spostano il caldo da dentro a fuori casa. Questo fa impennare la temperatura dell’aria cittadina fino a più 2 gradi, soprattutto di notte.

È per questo che registriamo notti tropicali molto più frequenti che nel passato?
Il calore prodotto dalle macchine dei condizionatori resta nelle strade, si incanala nei cosiddetti canyon cittadini che sommano calore al calore, creando un effetto isola urbana calda. È così che le temperature in città diventano più alte anche di 5 gradi rispetto al territorio circostante. I climatizzatori sono indispensabili, negli ospedali, nei luoghi di lavoro, anche nelle case ormai, ma provocano un circolo vizioso che è difficile da spezzare.

Che cosa ci vorrebbe allora?
Il verde urbano è in condizioni minime, non è adatto a reggere questi climi. Gli alberi in città, se ubicati e curati nei punti giusti, aiuterebbero molto ad abbattere di diversi punti percentuali, tra il 10 e il 30 per cento, la necessità di raffrescamento. Ci vorrebbe più verde e bisognerebbe manutenere quello che già c’è. Nelle nostre città abbiamo alberi di un secolo e mezzo, che è tanto considerate le condizioni di maggiore stress in cui vivono. I platani del lungotevere, a Roma, dovranno essere sostituiti con alberi più giovani, un’operazione complicatissima che però va fatta. Quando progetti una strada o una piazza, non la puoi progettare senza alberi, che poi devi curare altrimenti si seccano. Con la ristrutturazione di piazza dei Cinquecento sono stati piantati pochi nuovi alberi e molti sono già seccati. Ma tutto questo non sembra una priorità.

È così in tutte le città d’Europa?
No, ci sono città in Europa in cui si sta provvedendo a depavimentare, dove se asfalto e cemento sono inutili si tolgono, dove si estende il verde in città: Genova lo sta facendo, Monaco di Baviera ha rinaturalizzato il fiume e le sue sponde. Le nostre città d’arte, penso a Firenze, Venezia, Milano, hanno dei parchi e questo è positivo, ma quello che manca è il verde diffuso che non è al livello in cui dovrebbe essere.

La scienza da decenni fornisce evidenze sui cambiamenti climatici. Eppure ci sono ancora quelli, anche nelle istituzioni, che li negano.
Sono sempre gli stessi che dicono sempre le solite cose, ampie sciocchezze confutate dai numeri. Che oggi faccia più caldo è un dato oggettivo, e il fatto che loro ricordano che andavano al mare in canottiera non ha nulla a che vedere con i dati scientifici. Le loro affermazioni sono dette apposta, perché non vogliono prendersi la responsabilità di dire che vogliono fare quello che gli pare. Se metti in dubbio la verità scientifica, lo fai per ignoranza o per malafede, cioè per guadagnare denari o consenso politico.

Perché la lotta ai cambiamenti climatici anche a livello mondiale sta vivendo un periodo di grande arretramento?
È una conseguenza della presa di potere da parte dei populisti sovranisti a livello mondiale, che ha comportato che si trascurino i cambiamenti climatici, che si tagli sulle centrali eoliche e solari e si continui con i combustibili fossili. E tutto questo solo per interessi economici. Le compagnie petrolifere da anni guadagnano, sono loro che dovrebbero pagare la transizione. Quello che serve per cambiare rotta è un accordo internazionale obbligatorio e vincolante, che tutti gli Stati devono rispettare.