L’avanzare impetuoso dei nuovi media tecnologici coinvolge anche il nostro linguaggio, il modo in cui oralità e scrittura si modificano, in relazione anche alle modalità restituite dai sistemi artificiali. Per tentare di orientarsi nelle diverse forme di queste trasformazioni aiuta di certo la lettura di Alfabit. L’italiano digitale dagli sms all’IA (Il Mulino, pp. 219, euro 19), l’ultimo lavoro di Giuseppe Antonelli, docente di Storia della lingua italiana all’Università di Pavia, autore di numerosi studi e interventi sul tema.

In questo volume si offre l’opportunità di seguire gli sviluppi o le trasformazioni della lingua italiana nel corso di questi ultimi trent’anni, con l’avanzare delle nuove tecnologie.
Il libro è nato nel tempo, con lo stratificarsi dei materiali, seguendo le conseguenze delle innovazioni tecnologiche dai primi anni duemila, costituendo così un osservatorio permanente tra lingua italiana e tecnologie, dove si raccoglie e rimonta, in forma spero organica, i contributi scritti nel corso del tempo. Quello che ho cercato di fare è mantenere lo stesso punto di vista, nel desiderio di restituire questo continuo spiazzamento delle soluzioni tecnologiche legate alla lingua. Voltandomi indietro, ho cercato di sviluppare questo percorso nei tre capitoli del libro.

Partendo da e-mail e sms, dai quali sembra ormai passata un’era geologica nel mondo della comunicazione…
Con la comparsa delle e-mail, e poi degli sms, abbiamo assistito a un ritorno della scrittura, per certi versi inopinato, dato che un sondaggio ISPO (Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione) del 2000 ci informava di come le persone avessero smesso di scrivere. Invece l’arrivo della posta elettronica e degli sms riporta le persone a scrivere, un po’ quanto analizzato nel “paradigma digitale” da Raffaele Simone, dove per l’appunto si ragiona di italiano digitato, abbreviazioni, di sigle, più in generale di una codificazione legata al senso di novità.

Poi però arriva quella lingua che nel libro viene definita e-taliano.
Sì, ed è ancora Raffaele Simone, nel suo “paradigma multimediale”, a individuarla. Qui si dà vita a un altro tipo di lingua italiana, non più centrale causa un ritorno delle immagini, di una civiltà delle immagini, tra audiovisivi e oralità di nuovo tipo, non più decodificata da telefono, televisione e radio. Si tratta di un’oralità che ibrida parlato e scritto, basti pensare ai messaggi WhatsApp. Un italiano digitato con cui tutti abbiamo a che fare.

Da un paio d’anni ci troviamo di fronte a un’altra innovazione, quella dell’Intelligenza Artificiale, che coinvolge anche la scrittura. Come affrontarla?
In effetti le cose sembravano sistemate nel rapporto tra supporti telematici e comunicazioni interpersonali, e non a caso utilizzo questa espressione, perché nel libro mi concentro soprattutto su questo. Ma con l’avvento dell’IA le comunicazioni non sono più interpersonali, non più tra persona e persona, ma tra persona e macchine. Dapprima c’è stata una comunicazione di tipo vocale, come Alexa, ma già tra persona e macchina. Da qui l’IA-taliano, e come si è modificato nel corso di due intensissimi anni, dal 2023 al 2025. Secondo me, questo italiano degli LLM (Large Language Models) non si deve comparare alla lingua naturale.

Perché?
Perché ormai ci troviamo di fronte a una simulazione assolutamente vicina alla perfezione, che è quasi impossibile distinguere. Piuttosto dobbiamo cercare di studiare il fenomeno secondo altri criteri, tra diacronia e diafasia, tra riprodurre e imitare, per vedere come cambia nel tempo. Penso a quanto scritto da Domenico Fiormonte sul concetto di diatecnia, e l’importanza di confrontare gli LLM tra loro. Nel libro tra gli altri restituisco gli esperimenti fatti nel riprodurre lo stile di un autore, nel caso Italo Calvino e una nuova “Città invisibile”, attraverso una riscrittura da parte di quattro diversi sistemi: Claude, Gemini, Copilot, ChatGPT. Ne emerge che a mancare è una diamesia, un confine tra scritto e parlato. A precisa domanda proprio su questo, ChatGPT ti risponde che non distingue tra lingua parlata e scritta.

Cosa dobbiamo aspettarci dunque nel futuro più o meno prossimo?
Non lo so. Quello che ritengo si possa fare è continuare a mantenere vivo l’osservatorio permanente da cui siamo partiti, per cercare di comprendere ciò che accade.