Risuona senza pudore nelle dichiarazioni di eminenti politici, a cominciare dal presidente del Consiglio, nonché di autorevoli commentatori, il nome di Luciano Lama. Un uso strumentale, come lo ha definito Rossella Lama, autorevole giornalista del Messaggero, figlia dello scomparso segretario generale della Cgil. Perché questa improvvisa devozione per Lama? Nonché, spesso, per Bruno Trentin? Perché sono entrambi reclutati alla disputa contingente sulle nuove regole destinate a rivoluzionare il mercato del lavoro.

Una campagna massiccia che investe giornali e social network per contrapporre il riformismo, il senso di responsabilità di due “padri” del sindacato ai “massimalismi” irresponsabili di Susanna Camusso e Maurizio Landini. Cosicché leggendo tante dichiarazioni e tanti commenti verrebbe da credere che se per incanto Lama e Trentin tornassero in vita non farebbero altro che gioire per misure che incidono profondamente sul mondo del lavoro, assunte senza alcuna discussione con gli interessati e i loro rappresentanti. Chi ha conosciuto il temperamento appassionato di Lama e la lucida e impetuosa eloquenza di Trentin non ha dubbi sul fatto che non avrebbero ascoltato con indifferenza lazzi e sarcasmi sulla Cgil.

Tra l’altro, i due – per rimanere a uno dei temi odierni – sono tra coloro che maggiormente si sono battuti per far uscire il sindacato dai confini angusti del corporativismo, fino a battersi per dare al sindacato stesso un ruolo da “soggetto politico” capace di ottenere risultati non solo sul terreno della condizione di fabbrica, ma anche su problematiche più generali. Padri, insomma, di quella “concertazione” oggi tanto deprecata. L’aspetto ancora più curioso è dato dal fatto che molti tra coloro che oggi attaccano il sindacato e chiedono che esso ritorni a svolgere i propri compiti nei luoghi di lavoro, dedicandosi alla contrattazione aziendale e abbandonando quella nazionale, sono gli stessi che ai tempi di Lama e Trentin accusavano appunto il sindacato di corporativismo, perché chiuso nelle sole lotte di fabbrica.

La manifestazione dei metalmeccanici a Reggio Calabria nel ’72, per chiedere investimenti al Sud, era stata voluta, appunto, anche per testimoniare una visione strategica dedicata agli interessi del paese. Così come la “svolta dell’Eur”, decisa da Lama, ma condivisa con Cisl e Uil, era una proposta di politica generale fondata su uno scambio tra moderazione salariale e una risposta ai problemi dell’occupazione. Una proposta che non ottenne i risultati sperati per la mancanza di interlocutori politici adeguati. Del resto, un altro grande segretario della Cgil, Giuseppe Di Vittorio, non aveva ottenuto a suo tempo, col suo “Piano del lavoro”, un ascolto concreto. L’attuale presidente del Consiglio, se davvero voleva avvalersi dei comportamenti di Lama, avrebbe potuto cogliere qualche suggerimento da questi precedenti. Così come dalle esperienze vissute da Bruno Trentin con l’accordo fatto prima in modo insoddisfacente con il governo Amato, poi riequilibrato con il governo Ciampi.

Renzi avrebbe potuto così interessarsi del Piano del lavoro lanciato sotto l’egida di Susanna Camusso. Un piano che non comprende solo l’odiata patrimoniale, ma che è articolato su una serie di possibili interventi. Un’elaborazione dalla quale sarebbe potuto scaturire un “patto” proposto alle forze sociali basato su una “moderazione” (non salariale, perché quella già c’è), in cambio di misure serie per la crescita. Non in nome di un ottimismo a tutti i costi, ma sulla base di una realtà economico-sociale drammatica. Ha invece preferito la strada del dileggio, se non dell’insulto, facendo anche leva su errori e mancanze del movimento sindacale. Come quelle relative ai gravi limiti (ammessi dalla stessa Camusso) nell’operato a favore dei precari. Come quelle relative a imperanti fenomeni di burocratizzazione.

Sono aspetti sui quali il sindacato ha riflettuto varando per esempio un accordo sulla rappresentanza che stenta a realizzarsi. Certo è che chi punta sul rinnovamento del sindacato, chi crede che il mondo del lavoro debba avere dei rappresentanti con un ruolo riconosciuto non può limitarsi a prendere a pesci in faccia gli attuali dirigenti di Cgil, Cisl e Uil. Eppure questo nella sostanza è avvenuto, mentre si è provveduto a tagliare permessi sindacali, tfr, patronati, Cnel, diritti non riassumibili nel solo articolo 18. E allora non ci si può meravigliare se a questo punto chi sta in quelle organizzazioni abbia reagito con durezza, mettendo da parte i propri problemi di rinnovamento e cercando di difendere con le unghie e con i denti quanto è possibile. Anche perché incalzato (come dimostrano le piazze di questi giorni) da masse di occupati o disoccupati spinti dalla morsa della crisi. E dalle masse di precari che non vedono avverarsi nei fatti le promesse fatte.

È vero: nemmeno un esponente del centrodestra come Berlusconi ha avuto di fronte un’opposizione sociale così determinata. E che avrà un suo culmine, ma non il suo traguardo, nello sciopero generale del 12 dicembre. Con ripercussioni politiche notevoli, in termini di consenso, perché quello che si è inteso colpire, il movimento sindacale, malgrado le sue lacune, i suoi conservatorismi, i suoi errori, non è un esercito allo sfascio, ma conserva il suo radicamento non paragonabile con altra organizzazione sociale (parrocchie escluse). Non c’è angolo d’Italia, dai quartieri delle metropoli ai comuni più piccoli, dove non ci sia una sede, una presenza sindacale. Con uomini e donne che affollano quelle stanze e credono in un impegno nato un secolo fa. Dare addosso a costoro vuol dire dare addosso a un pezzo d’Italia a un “partito” (se lo si vuol chiamare così) che conta forse di più degli interlocutori decadenti del Nazareno. E chiunque lo fa prima o poi rischia di pagarne le conseguenze. Senza contare che senza la loro collaborazione – basti pensare alla necessaria riforma della pubblica amministrazione – è impossibile far approdare l’Italia a livelli di vera modernità e a farla evadere dalle spire della recessione. Bisognerebbe trovare uno sbocco, una via d’uscita. O dovremo rassegnarci a un distruttivo scontro sociale permanente?