E’ un po’ singolare che in una fase di pesante crisi economica come quella che stiamo attraversando, il dibattito estivo in materia fiscale si sia concentrato sulle modalità per incentivare il collegamento tra aumenti salariali e produttività invece che sui modi per sostenere il reddito disponibile dei lavoratori e più in generale dei cittadini. Questo secondo tema porrebbe immediatamente la questione di un intervento organico sul sistema imposte-trasferimenti, oltre che naturalmente sul sistema degli ammortizzatori sociali, due questioni molto concrete che hanno a che fare proprio con quell’esigenza di “mangiare giorno per giorno” cui il ministro Tremonti ha fatto riferimento al Meeting di Comunione e Liberazione per rivendicare al contrario la scelta governativa di rinunciare a riforme organiche in questi tempi di crisi.

Ciò non toglie che anche il tema del collegamento tra salari e produttività può avere un senso in questa fase se lo si imposta non come alternativa alle riforme ma come, a sua volta, una riforma che aiuti a porre le premesse per una maggiore capacità di crescita dell’economia italiana una volta che la crisi sia superata. Il tema coinvolge il modello contrattuale ed esula dai limiti di questo mio intervento, salvo rilevare che non si vede perché il fisco debba essere chiamato a incentivare una specifica modalità contrattuale il cui successo non può che dipendere piuttosto dalla sua effettiva rispondenza alle esigenze delle parti: in altri termini, il fatto che la contrattazione aziendale riguardi solo un terzo dei lavoratori dell’industria nel nostro paese non ha nulla a che fare col fisco mentre ha molto a che fare con la struttura economica e col sistema di relazioni industriali, su cui dovrebbe piuttosto incentrarsi l’azione di riforma. Senza trascurare poi il fatto che usare il fisco, e in particolare l’Irpef, per concedere sgravi ad hoc non può che ridurre ulteriormente la trasparenza e la semplicità dell’imposta, favorendo ulteriori spazi di elusione e aggiramento. Piuttosto, l’azione sul fronte fiscale non può che rispondere a obiettivi generali di equità ed efficienza che, in quanto tali, avranno poi ricadute anche sull’efficacia dei modelli contrattuali nel governare distribuzione del reddito e incentivi alla produttività. E torniamo così al tema di fondo, quello di un intervento organico sul sistema imposte/trasferimenti. Al riguardo, la nostra imposta personale – l’Irpef – viene da più parti criticata per un eccesso di progressività, traendone la conseguenza che sia necessario ridurre in particolare l’aliquota massima, oggi al 43% e, se possibile, puntare su un sistema ad aliquota unica (la cosiddetta flat tax). Due punti vanno qui chiariti. Il primo riguarda cosa si intenda per progressività dell’imposta e il secondo riguarda la progressività complessiva del prelievo, come risultante dal complesso delle imposte esistenti.

Cominciamo dal primo. Un’imposta è progressiva quando l’aliquota media, ossia il rapporto tra imposta pagata e reddito imponibile, aumenta all’aumentare del reddito del contribuente. Questo accade naturalmente se l’imposta è disegnata, come la nostra Irpef, per scaglioni successivi cui si applicano aliquote marginali via via più alte, ma accade anche con una imposta ad aliquota unica quando è accompagnata da una detrazione o deduzione che rende esente un certo livello di reddito. La differenza tra le due forme di imposta è che, a parità di minimo esente e a parità di gettito complessivo, l’imposta ad aliquote crescenti – basse all’inizio e via via più alte – riduce il carico fiscale sui redditi medio-bassi e medi rispetto a quella con aliquota unica in quanto ricava più gettito sui redditi elevati: in altri termini, a parità di minimo esente e a parità di gettito complessivo, l’imposta ad aliquote crescenti è più progressiva di quella ad aliquota unica.

Passando dal generale allo specifico della nostra Irpef, gli interventi di riforma succedutisi dal 1998 al 2007 hanno ridotto, grazie all’aumento del minimo esente, il carico fiscale sui redditi bassi e medio-bassi (e il cosiddetto secondo modulo della Finanziaria 2005 anche sui redditi più elevati), ma questa minor aliquota media si accompagna con una aliquota marginale piuttosto elevata fin dall’inizio (il 23% di aliquota formale cui bisogna aggiungere l’effetto della decrescenza della detrazione da lavoro che equivale a un’aliquota implicita del 7% che si aggiunge all’aliquota formale, per un totale di aliquota marginale effettiva sul primo scaglione intorno al 30%). Questo implica che l’aliquota media risulta fortemente crescente sui redditi subito sopra il minimo esente (8.000 euro per il dipendente senza carichi familiari), con un effetto di progressività molto accentuato che si prolunga anche sul secondo scaglione. In altri termini, oggi la nostra Irpef presenta una progressività molto forte sui redditi medio-bassi, mentre la progressività – intesa come aumento del rapporto tra imposta e reddito – permane ma in misura via via meno accentuata sui redditi superiori. Se dunque un problema di eccessiva progressività si pone, questo riguarda i redditi medio-bassi e medi ma non i redditi alti.

Per quanto riguarda la progressività complessiva del prelievo, basti qui richiamare che il sistema italiano appare come uno dei meno progressivi (non a caso l’indice di disuguaglianza nel nostro paese è tra i più elevati nel confronto internazionale): l’unica imposta veramente progressiva è l’Irpef, ma essa è ormai un’imposta che grava quasi solo sui redditi da lavoro e pensione; il modestissimo impatto che hanno nel nostro paese le forme di tassazione patrimoniale, tanto più dopo l’eliminazione dell’Ici sulla prima casa, il trattamento di favore riservato ai redditi da interessi, nonché l’ampia evasione dell’Irpef stessa da parte di alcune categorie di redditi (da lavoro autonomo, ma non solo), implicano una modesta progressività del prelievo diretto complessivo nel nostro paese. Non è inutile ricordare che altri paesi possono mantenere un peso più limitato dell’imposta personale grazie a un’evasione molto più contenuta, a una tassazione più incisiva dei redditi da interessi e in alcuni casi a un ruolo significativo di forme di tassazione del patrimonio. È chiaro quindi che il nostro sistema fiscale ha bisogno di un’azione di riequilibrio tra le fonti di gettito, a cominciare dal contrasto serio e metodico dell’evasione, e di una riduzione dell’Irpef. Quest’ultima deve basarsi su tre pilastri fondamentali.

Il primo riguarda un ridisegno delle aliquote marginali effettive concentrato su una riduzione dell’aliquota effettiva sul primo scaglione che passa per due operazioni: una riduzione sotto il 23% dell’aliquota formale e una decrescenza meno accentuata della detrazione da lavoro. La proposta del libro bianco su Irpef e sostegno alle famiglie pubblicato nella primavera del 2008 dal ministero dell’Economia prevedeva una riduzione al 20% dell’aliquota formale e un’attenuazione della decrescenza della detrazione da lavoro, col risultato di una riduzione della prima aliquota effettiva dall’attuale 30% al 23,5%. Il sostegno ai redditi mediobassi e medi sarebbe consistente, con effetti di incentivo al lavoro e all’emersione non trascurabili: è una strada preferibile al semplice aumento delle detrazioni proposto dalla Cgil, in quanto quest’ultimo lascerebbe invariato (anzi accentuerebbe) il ritmo di aumento dell’aliquota media sui redditi medio-bassi.

Il secondo pilastro è l’introduzione della “dote fiscale” per i figli minori in sostituzione delle detrazioni e degli assegni familiari ed estesa anche alle famiglie con redditi da lavoro autonomo (vedi ancora la proposta del libro bianco della primavera 2008 su Irpef e sostegno alle famiglie), con significativi aumenti di reddito disponibile delle rispettive famiglie. Il terzo pilastro è l’introduzione di un’imposta negativa a favore dei redditi da lavoro sotto il minimo esente, ossia un trasferimento a loro favore: per i lavoratori con figli, la “dote fiscale” assolverebbe già questa funzione, essendo appunto un trasferimento monetario a loro favore; per gli altri si può pensare a una restituzione come trasferimento di parte della detrazione da lavoro non usufruita perché incapienti (la detrazione supera cioè l’imposta dovuta; oggi semplicemente non pagano l’Irpef, con l’imposta negativa incasserebbero un’integrazione di reddito). L’impatto non sarebbe solo equitativo, ma anche di incentivo (specie per giovani e donne) alla partecipazione al lavoro, uno dei problemi principali che il nostro paese deve risolvere.

Una riforma di questo genere avrebbe a regime un costo per la finanza pubblica pari a circa un punto di Pil. È un costo non trascurabile che deve sollecitare da subito a riprendere la lotta all’evasione, a riequilibrare le fonti di gettito nel nostro paese e a realizzare finalmente riforme strutturali sul fronte della spesa pubblica. Per altro verso, pur nella inevitabile gradualità di attuazione, potrebbe fornire quello shock positivo alla domanda aggregata che, contrariamente a quanto è accaduto negli altri paesi avanzati, è finora mancato in Italia.


Università di Roma “La Sapienza”