Un cambiamento, certamente. Ma un cambiamento che non basta, perché manca la svolta necessaria per il paese e perché le misure espansive previste, sono in contraddizione con tutte le altre. Questo è in estrema sintesi il giudizio espresso dalla Cgil sul Def, il Documento di economia e finanza che è stato approvato dal consiglio dei ministri dell'8 aprile scorso ed è arrivato in parlamento. Ieri i sindacati, insieme ai rappresentanti dei datori di lavoro, al'Istat e al commissario per la spending review, Cottarelli, sono stati ricevuti per un'audizione delle commissioni bilancio di Camera e Senato. Radioarticolo1 (qui il podcast) ha fatto il punto sul documento e sul giudizio espresso dalla Cgil con Mauro Beschi, coordinatore dell'area politiche economiche di sviluppo del sindacato.


“C'è sicuramente, noi lo vogliamo valorizzare perché è una cosa importante, un intervento significativo sul fisco dal quale trarranno benefici i lavoratori con reddito fino a 25mila euro, mentre restano ancora fuori dall'intervento i pensionati, cosa che dal nostro punto di vista consideriamo negativa”, commenta Beschi, sottolineando come questa esclusione indebolisca la natura espansiva del provvedimento. L'altra mancanza evidenziata dalla Cgil è quella che il sindacato propone nel Piano del Lavoro e che invece non è presente nel Def: una serie di investimenti pubblici e di politiche di creazione di lavoro che, sommandosi alla spinta derivante dalle operazioni fiscali, avrebbero consentito “una esplosione della crescita” che è anche “l'unico modo per ridurre il debito, perché come abbiamo visto in questi anni se il debito si affronta con le politiche di austerità o con le sole politiche dei tagli invece che diminuire aumenta”.

Diversa, com'è noto, la posizione di Confindustria, che giudica positivamente il Def, ma lamenta un'insufficienza negli interventi in favore delle imprese, in particolare sull'Irap. “Su questo – commenta Beschi ai microfoni di Italia Parla su Radioarticolo1 - c'è però una divisione nel mondo delle imprese, perché, mentre Confindustria spinge molto sull'Irap, la piccola e media impresa e gli artigiani hanno detto invece di sostenere con molta convinzione la spinta per dare un po' di spazio e di beneficio fiscale al lavoro dipendente, perché sanno benissimo che soltanto l'aumento e la spinta verso i consumi può consentire loro di riprendere anche un po' di fiato produttivo”.

La posizione di Confindustria è, secondo Beschi, “poco lungimirante”, perché “se noi diamo dei soldi all'impresa con una domanda stagnante, le imprese non sanno che farsene, o meglio, sanno cosa farsene perché vanno a migliorare il loro profitto, ma non trasformeranno l'incentivo in investimento”. Quanto alla posizione dell'Abi, contraria all'aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, il giudizio di Beschi è netto: “Alcune aziende bancarie hanno avuto un regalo di enorme rilievo attraverso la rivalutazione del capitale di Bankitalia – afferma il coordinatore dell'area politiche economiche di sviluppo della Cgil - che adesso in qualche modo si dispiacciano perché il governo faccia un provvedimento che chiede di pagare un poco di più mi pare assurdo. Diciamo che questo intervento – prosegue Beschi - va interpretato come una riduzione del regalo, più che come un sacrificio aggiuntivo”.

Infine, un passaggio sulla questione del blocco della contrattazione nel pubblico impiego. Il Def prevede che il reddito dei lavoratori dipendenti nella Pa si riduca del 9% in cinque anni. "La riduzione può essere fatta in tanti modi – commenta Beschi –: turn over, blocco dei contratti, ecc. Però c'è il sospetto che una simile previsione sottintenda la volontà di portare avanti il blocco dei contratti". E la smentita del governo su questo punto? "Dopo cinque anni di blocco dei contratti – risponde Beschi –, penso che il governo dovrebbe mettere sul tavolo le proprie intenzioni attraverso un incontro con i sindacati. Non c'è alcune ragione nè politica, nè economica, che possa spingere il governo a un comportamento così odioso e inaccettabile.

Per quanto riguarda la spending review, abbiamo detto a Cottarelli in più occasioni che deve andare a colpire le spese inutili, gli sprechi, le ruberie della Pa. Noi abbiamo suggerito di ridurre le centrali di appalto – che oggi sono più di 30.000 – al fine di tagliare non solo i costi, ma anche di rendere più trasparente il rapporto tra Pa, politica e affari. Poi abbiamo indicato l'accorpamento e la semplificazione dei servizi pubblici locali, per ottenere un servizio più efficiente e ridurre le spese. Nello stesso tempo, si possono diminuire le consulenze, che spesso fanno lavori, offrono servizi e competenze che sono già presenti all'interno della pubblica amministrazione. Se Cottarelli intende andare avanti in questo modo, avrà tutto il nostro sostegno; se, al contrario, si intende procedere tagliando ulteriormente spesa sanitaria, costi del personale e riducendo il livello dei diritti del welfare, noi ci opporremo e non lo consentiremo".

Ultimo argomento trattato, quello delle nomine ai vertici delle grandi aziende pubbliche, attuate dal governo Renzi. "L'idea del rinnovamento è giusta – conclude Beschi –, ma alcuni nominativi di imprenditori privati in punti nevralgici in cui si vuole intervenire anche con forme di privatizzazione, mi riferisco a Eni e a Poste italiane, mi danno l'idea che si voglia lasciare al mercato la direzione di aziende pubbliche a livello nazionale, confermando una subalternità alle logiche liberiste. Al contrario, noi pensiamo che tale impostazione vada superata, e che le aziende pubbliche diventino il soggetto fondamentale di politiche industriali e di sviluppo al servizio del Paese".