Le parole per definire questi lunghi e brevissimi mesi di campagna referendaria sono entusiasmo, consapevolezza, responsabilità, partecipazione, stanchezza: diverse, ma legate fra loro.  

E gioia. Sì, gioia nel creare nuovi legami fra cittadini e cittadine. Questa campagna referendaria, così partecipata, ha avuto anzitutto uno straordinario valore formativo, costringendo prima noi stessi e poi quanti e quante abbiamo incontrato nel nostro cammino a riappropriarci, almeno a grandi linee, del contenuto e della storia della nostra Costituzione, estirpando anzitutto dal nostro cuore le erbacce del qualunquismo e della sottocultura fascio-berlusconiana nella quale da troppo tempo siamo immersi. Costretti da un'inedita arroganza del governo, ci siamo riscoperti polis, società, protagonisti della difesa dello stato democratico e dello stato di diritto ricevuti come eredità preziosa dalle madri e dai padri costituenti.

Se ho accettato con il loro consenso di mollare a moglie e sorella, per diversi mesi, otto nipotini e una mamma di 102 anni; se a 70 anni suonati ho assunto - insieme ad altri - la responsabilità del Comitato Società Civile per il NO, è stato per amore della Costituzione, perché il patrimonio di giustizia e libertà, di pace e prosperità che ci ha garantito non venga disperso ma sia invece custodito e tramandato ai nostri figli e ai nostri nipoti.

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Entusiasmo, dicevo. L'ho visto crescere di giorno in giorno, da una iniziativa all’altra, mentre diminuiva il distacco tra noi e i sostenitori del Si. La chiave della nostra campagna referendaria e della nostra rimonta è stata nella capacità di incontro con le persone, di dialogo tanto pacato nel tono quanto inesorabile nelle argomentazioni, che ha consentito il moltiplicarsi di iniziative nelle piazze, nei teatri, nelle parrocchie con una sorta di staffetta, di passaparola che ha consentito alle ragioni del No di trovare spazio ed ascolto.

In questi incontri è cresciuta la consapevolezza che la riforma Meloni-Nordio non è a favore dei cittadini e delle cittadine, ma di una politica malata che mal sopporta la Costituzione antifascista, non avendo partecipato alla sua scrittura. E confonde, così, il governo con il comando, ritenendo che nulla e nessuno debba controllare il suo operato: né i parlamentari, né i giudici. E propone, così, una riforma che rompe l’equilibrio tra poteri - esecutivo legislativo giudiziario - nell'ambito di un disegno complessivo che tende a risucchiare verso il potere esecutivo tutti gli altri poteri, demolendo i controlli e i contrappesi alla base di tutte le democrazie liberali.

Insieme a questa consapevolezza è cresciuta la convinzione che la difesa della Costituzione e della democrazia sia responsabilità di ciascuno di noi, non più delegabile. Nella stagione dell’astensionismo, quest’assunzione di responsabilità è quasi una rivoluzione copernicana che costruisce una nuova cittadinanza e porta con sé un’altra parola: partecipazione, speranza di una nuova stagione civile. Nelle strade e nei loghi delle iniziative ho incontrato migliaia di persone nuove o da tempo non più abituate all'impegno che il disinvolto colpo di piccone governativo all'autonomia, all'indipendenza e anche alla dignità del potere giudiziario ha spinto ad uscire di casa per difendere il patto fondativo del Paese.

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Certo sono, siamo stanchi, ma di quella stanchezza che lascia soddisfatti perché convinti di aver fatto ciascuno il proprio dovere, di aver dato il massimo per diffondere le ragioni del No alla legge Meloni-Nordio. NO perché la riforma non serve ad accorciare i processi e a migliorare la giustizia, mentre rischia di cambiare in peggio il rapporto dei cittadini e delle cittadine dal punto di vista dell’eguaglianza di fronte alla legge. NO perché, demolito il Csm, l’equilibrio dei poteri si sposta a favore della politica, dando luogo a una giustizia debole con i forti e forte con i deboli. NO perché privati del diritto di eleggere la loro quota dell'organo di governo autonomo della magistratura, intimiditi da un’Alta Corte Disciplinare sbilanciata a favore della politica e non più garantita dal Presidente della Repubblica, i magistrati saranno meno inclini a “disturbare il manovratore”.

Stanchi ma soddisfatti. La partita che sembrava persa in partenza è diventata una partita contendibile. Che si vinca o che si perda, la battaglia andava comunque fatta in ogni caso, come mi hanno insegnato maestri indimenticabili: Roberto Ruffilli, Paolo Sylos Labini, Oscar Luigi Scalfaro.

Però, mica si perde sempre. Vent'anni fa, con Scalfaro, abbiamo spazzato via la riforma costituzionale di Berlusconi, Bossi, Fini e Casini. Oggi pare che a Londra scommettano sulla vittoria del No. Scommettiamoci anche noi, facciamo l'ultimo sforzo, continuiamo a correre a rotta di collo: dopotutto, lo ricordava il capo dei Mormoni citando Qoelet, alla fine del film "Lo chiamavano Trinità", c'è un tempo anche per vincere!

Giovanni Bachelet, presidente del Comitato Società Civile per il NO

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