La settimana Collettiva, sette notizie in cinque minuti. Ogni settimana una nuova puntata. Uno sguardo giornalistico per capire cosa sta succedendo e perché ci riguarda.
(montaggio a cura di Ivana Marrone)
In Italia lavoro, welfare e diritti non riescono più a garantire una vita dignitosa. A raccontarcelo è anzitutto il nuovo rapporto Caritas. Nel 2025 sono state aiutate oltre 282 mila famiglie, il numero più alto mai registrato. La povertà non è più un’emergenza temporanea: sta diventando una condizione stabile. A fare più fatica le famiglie con figli, gli anziani in difficoltà aumentano, ma soprattutto cresce una figura che dovrebbe sembrare un paradosso e invece è sempre più diffusa: quella del lavoratore povero. Oggi quasi una persona su quattro che si rivolge alla Caritas ha un lavoro. Segno che avere un’occupazione non basta più necessariamente a vivere con serenità.
Dietro questi numeri ci sono storie concrete. Come quella di Rita Paparello, insegnante di italiano e latino per quarant’anni nelle scuole romane. Una pensione considerata dignitosa, qualche risparmio da parte, poi la malattia. Le liste d’attesa troppo lunghe nella sanità pubblica l’hanno costretta a rivolgersi ai privati. Visite, terapie, trasporti: spese che hanno consumato i risparmi accumulati in una vita di lavoro. È una storia che parla di pensioni, certo, ma anche di sanità pubblica e di quel confine sempre più sottile tra sicurezza economica e fragilità sociale.
E mentre cresce la povertà, l’Italia continua a perdere una delle sue risorse più preziose: i giovani qualificati. Negli ultimi cinque anni il saldo tra partenze e rientri dei laureati è negativo per circa centomila persone. Ogni anno oltre 25 mila laureati lasciano il Paese e appena quattromila tornano. Le ragioni sono note: stipendi più alti e migliori opportunità professionali all’estero. Il risultato è che formiamo competenze che finiscono per produrre ricchezza altrove. Dal 2011 questa fuga di capitale umano è costata all’Italia circa 160 miliardi di euro.
Di fronte a salari bassi, precarietà e dumping contrattuale arriva però una novità importante dal mondo del lavoro. Per la prima volta dopo molti anni Cgil, Cisl e Uil hanno presentato una proposta unitaria su rappresentanza e contrattazione. L’obiettivo è rafforzare il contratto nazionale, contrastare i contratti pirata, certificare la rappresentanza sindacale e rilanciare salari, sicurezza e formazione. Un tentativo di rimettere al centro la contrattazione collettiva e di restituire voce alle lavoratrici e ai lavoratori in una fase di profonde trasformazioni economiche e tecnologiche.
Ma quando il lavoro perde dignità, il prezzo può diventare drammatico. Due anni fa moriva Satnam Singh, il bracciante indiano abbandonato dal datore di lavoro dopo un gravissimo incidente nei campi dell’Agro Pontino. Per la Flai Cgil non fu un incidente, ma un omicidio sul lavoro. E due anni dopo, denunciano i sindacalisti, il sistema dello sfruttamento continua a riprodursi. Da Satnam alla strage di Amendolara, fino ai tanti troppi casi nelle campagne italiane, il problema è un modello produttivo basato sullo sfruttamento che continua a prosperare sulla vulnerabilità di lavoratori migranti invisibili e ricattabili.
E questa è una battaglia che supera i confini nazionali. A Madrid migliaia di sindacalisti europei si sono ritrovati per chiedere un’altra Europa: più lavoro di qualità, più giustizia sociale, più investimenti pubblici e meno austerità. Nel suo intervento Maurizio Landini ha ricordato come negli ultimi anni il costo delle crisi sia stato scaricato soprattutto su lavoratori e pensionati, mentre crescevano disuguaglianze e precarietà. E ha rilanciato l’idea di una grande mobilitazione europea per la pace e la giustizia sociale.
E chiudiamo con una notizia tutta Italiana. A scatenare nuove polemiche sono state le dichiarazioni della premier Giorgia Meloni sul cosiddetto patentino antifascista per la fiera più libri più liberi, definito dalla stessa una censura. Le ha fatto eco il ministro della Giustizia Carlo Nordio che ha voluto ricordarci che il testo più importante per la giustizia lo ha scritto mussolini. A replicare, su Collettiva, è stato il costituzionalista Roberto Zaccaria, ricordando che il codice penale nato durante il fascismo è stato profondamente modificato per adeguarlo ai principi della Costituzione repubblicana. Una discussione che va oltre la polemica politica e richiama una questione essenziale: i diritti che oggi consideriamo normali, dal lavoro alla libertà di espressione, nascono da una Costituzione antifascista che continua a rappresentare il punto di riferimento della nostra democrazia.
Queste erano le sette notizie della settimana.
Sette storie per provare a capire cosa succede nel mondo del lavoro, nella politica e nella società. È La settimana collettiva. Noi ci sentiamo la prossima.





















