Giorgia Meloni ha trovato la soluzione più elegante quando una sentenza disturba. Mettere sotto accusa chi la pronuncia. Non l’atto bocciato, non la norma scritta male, non l’azzardo politico. Il giudice. Così la campagna sul referendum del 22 e 23 marzo assume un tono quasi pedagogico. Gli italiani chiamati a correggere una categoria intera, colpevole di una cattiva abitudine. Leggere le leggi e applicarle.

Il racconto è semplice e molto redditizio. Le toghe trasformate in opposizione politica, le decisioni dei tribunali presentate come sabotaggi, ogni stop giudiziario raccontato come un colpo basso alla volontà popolare. Un dispositivo narrativo perfetto. Quando qualcosa non funziona, basta cambiare il colpevole.

Nel frattempo il linguaggio ufficiale resta impeccabile. Si parla di separazione delle carriere, di nuovi organi disciplinari, di modernizzazione della giustizia. Parole ordinate, da convegno giuridico. Poi parte il comizio e il tono cambia. Il bersaglio diventa la magistratura nel suo insieme, descritta come una corporazione da rimettere al proprio posto.

Curioso destino per un Paese che ha scritto nella Costituzione l’autonomia dei giudici come garanzia per i cittadini. Oggi quella autonomia viene trattata come un capriccio della toga. Un fastidio istituzionale. Una complicazione che rallenta l’azione di governo.

Il referendum arriva così al suo vero significato politico. Non tanto cambiare la giustizia, quanto educarla. Ricordarle il posto. Far capire che il controllo sul potere esecutivo è tollerato finché resta decorativo. Il titolo, in fondo, è già scritto. Nessuno la può giudicare, nemmeno tu. Una frase che somiglia terribilmente a un programma di governo.