Chiedono voce e visibilità. Attenzione che fino a questo punto hanno ricevuto solo a singhiozzo, perché in questa Italia impegnata nell'affrontare la pandemia da covid-19, le multinazionali stanno proseguendo sottotraccia la riorganizzazione delle proprie attività, volte allo spostamento delle produzioni lontano dal nostro Paese, verso mercati in cui abbattere ulteriormente il costo del lavoro.

Una crisi nella crisi che si consuma nella totale distrazione di massa causata dal virus. "C'è da stare all'erta" e, per questo, nel pomeriggio, gli operai della Yokohama di Ortona, hanno deciso di lasciare il presidio davanti ai cancelli della fabbrica di tubi per condotte di idrocarburi, per spostare la protesta davanti al vicino casello dell'autostrada adriatica A14 che collega Bologna a Taranto.

"Vogliamo continuare a rispettare le regole – spiega a Collettiva Lucio Piersante, delegato sindacale della Cgil – ma l'azienda non ha avuto alcun rispetto delle oltre 80 famiglie rimaste coinvolte in questo dramma del liberismo globale. Donne e uomini che insieme a questo territorio hanno dato tanto e che continuano a non avere alcuna voce in capitolo. Da un mese e mezzo, con l'ausilio del sindacato e delle istituzioni, stiamo cercando un punto d'incontro con la società giapponese che nonostante i conti in attivo vuole cancellare l'ultimo presidio produttivo europeo. Ora non ci resta che far crescere il livello dello scontro, perché non è accettabile che in casa nostra, chi vende e chi acquista, intenda fare affari sulla nostra pelle".

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"Il governo ha messo sul piatto la cassa integrazione per evitare la chiusura, la liquidazione e il licenziamento degli 84 dipendenti, ma l'azienda non ha voluto sentire ragioni – è Carlo Petaccia, segretario regionale dei chimici della Cgil, a raccontare l'ultimo atto andato in scena lunedì scorso durante l'ultimo incontro virtuale con il ministero dello sviluppo economico – . La ditta non ricorrerà agli ammortizzatori sociali e ha avviato i licenziamenti collettivi per rendere ancora più appetibile la cessione dei propri impianti. Pare che siano stati proprio gli acquirenti interessati ad assumerne la proprietà – tre società di cui non è stato rivelato il nome – a esplicitare l'interesse per i macchinari e in parte per lo stabilimento ma non per i lavoratori e il loro know-how". L'ennesimo schiaffo per un Abruzzo privo di difese di fronte all'ennesima multinazionale in fuga. Ma le istituzioni non sono prive di colpe.

"Da anni si chiede di collegare il porto di Ortona direttamente all’Autostrada e alla ferrovia, ma non si ottengono risultati. Anzi – ricorda Carmine Ranieri, segretario generale della Cgil Abruzzo e Molise – la giunta regionale ha rimandato il finanziamento per la manutenzione straordinaria dello scalo. La rete ferroviaria non è funzionale e le due arterie autostradali sono un disastro. Ogni chiusura genera un effetto moltiplicatore negativo per l'indotto: dopo la Yokohama spariranno le piccole aziende sorte intorno a Ortona per soddisfare le commesse della multinazionale". Di questo passo dell'Abruzzo non resterà che un deserto.

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