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Il conto alla rovescia è cominciato. Mancano diciotto giorni allo sciopero generale proclamato dalla Cgil per venerdì 20 novembre. E mentre il sindacato prepara la mobilitazione nazionale, anche il mondo studentesco si organizza per una giornata internazionale di protesta. Due appuntamenti che incrociano questioni decisive: il costo della vita, il lavoro povero, il diritto allo studio e la possibilità, soprattutto per le nuove generazioni, di costruirsi un futuro.
A raccontare le ragioni del malessere sociale non sono soltanto le denunce sindacali. Sono soprattutto i numeri. Quelli dell’Istat, che nelle ultime settimane ha restituito la fotografia di un Paese in cui l’occupazione cresce rispetto a un anno fa, ma il potere d’acquisto arretra, la povertà resta diffusa e il costo dei beni essenziali torna a correre.
L’inflazione torna a mordere
L’ultimo dato, pubblicato dall'Istat venerdì 30 ottobre, è particolarmente significativo. L’inflazione è balzata al 5,4% su base annua, contro il 4,2% di settembre. Un’accelerazione che riporta la crescita dei prezzi ai livelli dell’agosto 2023. A trascinarla sono soprattutto i beni energetici, aumentati del 31,4% rispetto a un anno prima, mentre gli alimentari non lavorati registrano un rincaro del 7,5%.
Non si tratta di percentuali astratte. Sono le bollette da pagare, la spesa al supermercato, il pieno di carburante, i trasporti per raggiungere il posto di lavoro. I prodotti acquistati più frequentemente aumentano del 5,8%, mentre il cosiddetto carrello della spesa registra un incremento del 2,5%.
Per milioni di famiglie il problema non è soltanto che i prezzi continuano a salire. È che lo fanno dopo anni di rincari che hanno già ridotto il valore reale dei redditi. Anche quando l’inflazione rallenta, infatti, i prezzi non tornano automaticamente indietro. E quando riprende velocità, come sta accadendo, recuperare il terreno perduto diventa ancora più difficile.
Salari, una rincorsa senza fine
Si è poveri pur lavorando: è tutta qui una delle grandi contraddizioni italiane. Si lavora, ma il lavoro non garantisce necessariamente un reddito sufficiente. Si rinnovano i contratti, ma gli aumenti salariali faticano a compensare quanto è stato perso negli anni precedenti.
Nel Rapporto annuale 2026 l’Istat certifica che, alla fine del 2025, le retribuzioni contrattuali avevano ancora un potere d’acquisto inferiore dell’8,6% rispetto al 2019. Considerando invece le retribuzioni lorde effettive per dipendente, la perdita reale era del 3,5%. Due indicatori differenti, ma un’unica questione: il recupero salariale non era ancora completato. E la nuova fiammata inflazionistica rischia di allontanarlo ulteriormente.
Il risultato è una compressione quotidiana delle possibilità di spesa. Non sorprende, dunque, che nel secondo trimestre del 2026 il potere d’acquisto delle famiglie sia diminuito dello 0,9% rispetto ai tre mesi precedenti. Nello stesso periodo i consumi sono cresciuti dell’1,7%, mentre la propensione al risparmio è scesa al 6,7%.
In altre parole, le famiglie hanno speso di più senza diventare più ricche, riducendo la quota di reddito che riescono ad accantonare. E intanto la pressione fiscale ha raggiunto il 43,5%, mezzo punto in più rispetto allo stesso trimestre del 2025.
Gli ultimi dati sulle retribuzioni, diffusi sempre il 30 ottobre, rendono il quadro ancora più evidente. A settembre gli stipendi contrattuali erano aumentati del 2,5% rispetto all’anno precedente, mentre l’inflazione armonizzata viaggiava al 4,2%. Per il secondo trimestre consecutivo, sottolinea l'Istat, la crescita delle retribuzioni è risultata inferiore a quella dei prezzi. A fine settembre erano ancora 2,5 milioni i dipendenti in attesa del rinnovo contrattuale, con tempi medi di attesa superiori ai venti mesi.
Povertà sempre più assolta
C’è un numero che racconta meglio di molti discorsi la crisi sociale italiana: 5,4 milioni. Sono le persone che nel 2025 vivevano in povertà assoluta, secondo i dati pubblicati dall’Istat il 15 ottobre. Oltre 2,1 milioni di famiglie, l’8% del totale. Una condizione che riguarda il 9,3% della popolazione e che non mostra miglioramenti statisticamente significativi rispetto all’anno precedente.
Ma il dato forse più allarmante riguarda chi un lavoro ce l’ha. Nelle famiglie in cui la persona di riferimento è un lavoratore dipendente, l’incidenza della povertà assoluta raggiunge l’8,5%. Se è un operaio, sale addirittura al 14,3%.
Significa che avere un’occupazione non rappresenta più, per una parte consistente della popolazione, una protezione sufficiente contro l’indigenza. È il risultato di salari inadeguati, discontinuità lavorativa, part-time involontario e condizioni familiari che possono rendere insufficiente anche un reddito regolare.
I giovani, tra precarietà e futuro negato
La questione salariale si intreccia con quella generazionale. Il tasso di disoccupazione giovanile, pur in diminuzione, a settembre si attestava ancora al 19,9%. E tra i giovani tra 18 e 34 anni, sempre secondo l’Istat, quasi un milione e 200mila persone vivevano nel 2025 in povertà assoluta, il 12,1% della popolazione di quella fascia d'età.
Per chi studia, cerca lavoro o prova a rendersi indipendente, la combinazione tra redditi bassi, affitti elevati e costi della formazione rappresenta un ostacolo concreto all’autonomia. Non è soltanto una questione di accesso all’università, ma di diritto a restarci. E poi di possibilità di costruire una vita senza dover dipendere indefinitamente dal sostegno economico della famiglia.
È anche da qui che nasce il collegamento tra lo sciopero generale della Cgil e la mobilitazione internazionale degli studenti. Generazioni diverse che si confrontano con problemi comuni: la distribuzione della ricchezza, la qualità dei servizi pubblici, il costo dell’abitare e le prospettive del lavoro.
Un’economia che non cresce
A completare il quadro arrivano i dati sul prodotto interno lordo. Nel terzo trimestre del 2026 il pil italiano è rimasto fermo rispetto ai tre mesi precedenti, mentre la crescita su base annua si è attestata allo 0,8%, in rallentamento rispetto al trimestre precedente. La stima preliminare dell’Istat segnala una diminuzione del valore aggiunto nell’industria, compensata dall’andamento positivo dei servizi e dell’agricoltura. Anche la crescita acquisita per l’intero 2026 si ferma allo 0,8%.
È in questo contesto che si inserisce la contestazione della Cgil alle scelte economiche e di bilancio del governo Meloni. Il sindacato chiede di riportare al centro salari, pensioni, fisco e investimenti pubblici, contestando l’aumento delle spese per il riarmo mentre restano aperte le questioni del finanziamento della sanità, della scuola, dell’assistenza alle persone non autosufficienti e delle politiche abitative.
La sanità pubblica, in particolare, rappresenta un terreno decisivo. Quando le prestazioni non sono accessibili in tempi adeguati, le famiglie devono scegliere se sostenere una spesa privata oppure rinunciare o rinviare le cure. E la tenuta del welfare diventa parte integrante della questione salariale: perché un servizio pubblico insufficiente trasferisce ulteriori costi sui redditi familiari.
Lo stesso vale per la previdenza. La Cgil contesta l’ulteriore innalzamento dell’età pensionabile e chiede risposte per chi svolge lavori gravosi, per le carriere discontinue e per i giovani che rischiano di arrivare alla pensione con assegni insufficienti.
Il 20 novembre, una questione di priorità
Mancano meno di tre settimane allo sciopero generale. Il confronto riguarda le risposte da dare a un Paese in cui l’inflazione è tornata sopra il 5%, i salari non hanno ancora recuperato le perdite accumulate, milioni di persone vivono in povertà e la crescita economica resta debole.
Per la Cgil questi numeri rendono necessaria una diversa distribuzione delle risorse, attraverso una politica fiscale più equa, il rafforzamento della contrattazione, maggiori investimenti nei servizi pubblici e interventi strutturali contro la precarietà.
La mobilitazione del 20 novembre si colloca inoltre in un contesto europeo attraversato da proteste sindacali e studentesche, nel quale il rapporto tra spesa militare, politiche sociali e tutela dei redditi è diventato uno dei principali terreni di confronto.
Il punto, alla fine, è tutto qui. Un Paese può registrare più occupati senza garantire una vita dignitosa a chi lavora. Può avere conti pubblici sotto controllo senza migliorare le condizioni materiali delle famiglie. Può chiedere ai giovani di studiare, formarsi e impegnarsi senza offrire loro sufficienti opportunità di autonomia.























