La vicenda umana, sindacale e politica di Giuseppe Di Vittorio può definirsi esemplare, non fosse altro per l’istintiva passione con cui, nel corso della sua vibrante esistenza, si è dedicato alle battaglie condotte con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita dei lavoratori, in particolare quelle dei braccianti del Sud tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del ventesimo secolo, con l’obiettivo più ampio di contribuire al lungo viaggio verso la costruzione di una Repubblica democratica in Italia.

Questo e molto altro racconta Compagno Di Vittorio, una biografia scritta da Annalina Ferrante per L’asino d’oro edizioni (pp.350, euro 20) con una sensibilità che lascia intendere l’ammirazione e il profondo rispetto nei confronti del protagonista da parte dell’autrice, oltre la profondità di uno studio durato più di qualche anno tra ricerca e stesura.

Partiamo dal sottotitolo del libro, che definisce Giuseppe Di Vittorio “un sindacalista scomodo”. Perché?
Scomodo perché la sua origine è quella del sindacalismo rivoluzionario del Sud. Scomodo perché, per dare una definizione più generale, non ha mai seguito un conformismo ideologico. E questa sua origine, quella del sindacalismo rivoluzionario del mezzogiorno, sulla quale ha sempre riflettuto, ha innervato tutta la sua azione: basti pensare al contatto con le masse, fortissimo, una visione che lo ha portato fino alla fine a privilegiare sempre questo tipo di rapporto, con tutti i lavoratori. Visione molto poco rigida se si pensa ai quadri politici, partitici. Per Di Vittorio i rapporti con l’allora Pci sono stati molto difficili, la sua origine socialista gli è sempre stata un po’ rinfacciata. Ma non era un riformista in senso canonico, come il partito socialista dei primi venti-trent’anni del Novecento, sempre contestato nelle lotte meridionali perché non guardava concretamente alle esigenze dei contadini, dei proletari del Sud. Ecco, Di Vittorio aveva questa capacità di contenere la violenza delle rivolte popolari, senza mai cedere all’anarchismo, molto forte in Puglia; la capacità di contenere e capire profondamente esigenze e bisogni della gente che si ribellava nel mondo agrario. E questa sua innata propensione al sentire e leggere attentamente questi eventi gli rimarrà per sempre.

Dal libro infatti emerge come Di Vittorio sia stato un appassionato difensore dei diritti dei lavoratori, e delle loro conquiste, in particolare nel suo Mezzogiorno. Come era il suo rapporto con le persone che rappresentava?
Ricordiamo che Di Vittorio non nasce come sindacalista, ma come lavoratore, una caratteristica fondamentale e formidabile, un imprinting che dà senso a tutta la sua vita, motivo per cui risultava scomodo verso un establishment, sia di partito che sindacale. In questo senso penso al legame con Vittorio Foa, un altro “irregolare”; penso anche a Bruno Trentin. Naturalmente anche Di Vittorio, come tutti, aveva pregi e difetti, ma era proprio questa propensione a costruire un rapporto così forte e sentito con i lavoratori a portarlo fuori da questi schemi. Da qui l’unità con il popolo dei lavoratori, quei fili consequenziali che hanno caratterizzato tutta la sua vita, tutta la sua forte presenza nella storia del nostro Novecento.

Nelle ultime pagine del libro si racconta dell’”anno infausto”, come lo stesso Di Vittorio definisce il 1956, e proprio in questi giorni ricorrono i 70 anni dai drammatici fatti di Ungheria, sui quali il segretario della Cgil prese una posizione netta, subendo anche un “processo” dal Pci. Cosa accadde?
Era già successo con il patto Molotov-Ribentrop, che spacca determinati equilibri. All’epoca Stalin era il baluardo dell’antifascismo, e questo suo accordo destabilizza non poco i comunisti europei. Poi, con i fatti di Ungheria, Di Vittorio, anche in questo caso in fondo non sceglie altro che schierarsi con i lavoratori. Nel suo intervento afferma che, seppur sono presenti forze controrivoluzionarie nella rivolta del popolo ungherese, comunque si deve stare dalla parte dei lavoratori. Non ha la visione che “con la rivoluzione tutto si mette a posto”, ma crede realmente che i lavoratori non possano mai essere dei controrivoluzionari, perché andrebbero contro i loro interessi. Da qui pone delle domande, non solo a sé stesso: perché hanno reagito, perché la rivolta?

E il Pci non la prende bene…
No; d’altra parte, aveva già dimostrato di essere contro le regole dell’attività politica ingessata. Allora il Pci era legato all’Unione Sovietica, ai suoi dettami, e quanto accade nel filo di pochi anni, dalla morte di Stalin nel 1953 all’“anno infausto”, per l’appunto, sgretola la realtà dei comunisti, provocando varie reazioni e prese di posizione: in questo caso penso a figure di intellettuali quali Rosario Villari, o Italo Calvino, che difendono Di Vittorio in quel processo subìto dai vertici del partito, e dal quale esce in lacrime. Sembrano tempi lontani, di certo lo sono, ma mi piacerebbe che tutto questo oggi fosse letto per capire l’importanza di una ribellione, di una “scomodità”, che si opponeva a certi principi dati per scontati, e che sono stati anche una sorta di malattia per una certa sinistra, per quel Pci, che pure ha avuto un ruolo enorme e fondamentale in funzione della crescita democratica del nostro Paese ma ha subito grossi limiti, culturali e politici.

Inevitabile chiamare in causa il rapporto Togliatti-Di Vittorio.
Che ancora una volta definirei scomodo, perché politicamente Di Vittorio usciva fuori da questi schemi, e per questo lo hanno fatto passare per “individualista”. Lo affermerà Togliatti stesso, dicendo che Di Vittorio “doveva essere educato”, al punto da chiedergli di andare in Unione Sovietica, in questo modo chiedendogli conto anche del suo rapporto con il sindacalismo rivoluzionario. Ma Di Vittorio e Stalin non si amavano, reciprocamente, mentre era molto rispettato se non amato anche dagli avversari politici, perché cercava di costruire un fronte unico, ritenendo che soltanto con l’unità si poteva fermare il nazifascismo dilagante.

Ricordare la figura di Di Vittorio ormai potrebbe risultare poco più di un esercizio di carattere storiografico. Quanto invece è importante, proprio oggi che sembriamo assistere a un arretramento dei diritti faticosamente conquistati nel tempo dai lavoratori?
Abbiamo bisogno di ricordare figure come lui per poter ricostruire una politica, non solo sindacale, diversa, che rivolga il suo interesse verso il bene pubblico e collettivo, una visione per lui chiarissima fin da subito. E tutto questo lo pensava per migliorare l’Italia, la Nazione intera, come amava chiamarla, attraverso rivendicazioni di vita e di lavoro, arrivando a proporre le sue idee nella fase della Costituente. Una lezione modernissima, che va ripresa e riformulata oggi, per questa attenzione verso tutto ciò che viene dal basso, che non mi sembra essere una priorità dei nostri giorni.

Soprattutto al Sud.
Esatto, mentre dovremmo riuscire a riassorbire di nuovo la potenza emanata da Di Vittorio verso il Mezzogiorno. Se guardiamo al Sud, oggi non ci sono più i braccianti del primo Novecento ma gli immigrati, che ancora non sono entrati nella nostra storia, come fecero tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo le masse bracciantili di allora. Gli immigrati stentano, ma sono non soltanto la forza-lavoro di oggi, ma anche quella umana. In questo senso, la figura di Giuseppe Di Vittorio può insegnarci ancora molto.