22 anni di carcere. È la richiesta della pubblica accusa per Antonio Lovato, imprenditore e datore di lavoro di Satnam Singh, per omicidio volontario con dolo eventuale. È finita così il 23 giugno scorso l’ultima udienza del processo per l’uccisione del bracciante indiano abbandonato esangue davanti alla sua casa con il braccio tranciato da un macchinario messo in una cassetta della frutta.

Oggi la sentenza

Oggi, 8 luglio, è prevista la sentenza di primo grado, al termine dell’arringa della difesa, della replica della procura e delle parti civili. La corte d’assise del tribunale di Latina, due giudici togati e sei giudici popolari, deciderà dopo una camera di consiglio se Lovato è responsabile di omicidio, se e in che modo il suo comportamento ha causato la morte per dissanguamento di Satnam, dopo due giorni di agonia, il 19 giugno 2024.

Cgil in presidio

"Dalle 16 saremo in presidio in piazza Bruno Buozzi, nei pressi del tribunale di Latina, per chiedere giustizia per Satnam – affermano in una nota Cgil e Flai Roma e Lazio e Cgil e Flai Frosinone e Latina, che hanno organizzato la mobilitazione a cui presenzierà anche il segretario generale Cgil Maurizio Landini -. Ancora una volta la nostra organizzazione, costituita parte civile nel processo, sarà in piazza per ribadire che la morte di Satnam non è stata una fatalità e per proseguire la mobilitazione contro un sistema di impresa che va scardinato, perché fondato su caporalato, lavoro irregolare, ricatto e sfruttamento delle persone, anche a costo della loro stessa vita”.

Responsabilità

Per la Cgil la responsabilità del datore di lavoro è chiara: dopo il gravissimo infortunio sul lavoro subito da Satnam e causato da un macchinario chiaramente in grado di uccidere un lavoratore, c’è stato il comportamento ancora più grave che ha trattato il lavoratore come un oggetto da buttare quando si rompe. Come potrebbe altrimenti essere considerata la decisione di Lovato che si è sbarazzato di un uomo esangue, un suo operaio, dopo il terribile incidente?

Sistema di sfruttamento

L’uccisione di Satnam è stata l’ennesima dimostrazione che casi del genere non sono isolati, che la sua morte è maturata dentro un sistema di sfruttamento che considera il lavoro come merce e le persone come cose senza diritti e senza dignità. Questo processo assume un valore più generale, che riguarda l’intera società perché accende i riflettori sul lavoro irregolare, sul caporalato diffuso, sul ricatto che si consuma soprattutto sulla pelle dei lavoratori migranti, gli invisibili.

La mobilitazione continua

“Lanciamo l'appello a tutte le realtà associative, ai movimenti, alle forze sociali e politiche, alle cittadine e ai cittadini a continuare a mobilitarsi per chiedere giustizia per Satnam, per la sua famiglia e per Soni, anch'essa vittima di sfruttamento e testimone che ha seguito l'intero processo - prosegue la nota sindacale -. È necessario mantenere alta l'attenzione perché, oltre al processo per l'omicidio di Satnam, è in corso anche quello per caporalato. Due procedimenti i cui esiti potrebbero dare forza e sostegno ai lavoratori per uscire da condizioni di sfruttamento e contrastare il caporalato".