Udienza decisiva oggi del processo al tribunale di Latina per l’omicidio di Satnam Singh, il bracciante indiano abbandonato esangue davanti alla sua casa dopo che un macchinario gli aveva tranciato un braccio e morto dopo due giorni di agonia il 19 giugno 2024: i pubblici ministeri hanno chiesto 22 anni di reclusione per Antonio Lovato, il titolare dell’azienda agricola dove il giovane operaio lavorava, che deve rispondere dell’accusa di omicidio volontario.

“Si poteva salvare”

“Questa non è soltanto la morte di un uomo che si poteva salvare - ha detto il procuratore aggiunto Luigia Spinelli - è una vita che si è consumata lentamente. Bisogna partire da chi era la vittima, Satnam era un lavoratore invisibile, non aveva il permesso di soggiorno, non aveva il contratto. La sicurezza che dovrebbe essere un diritto è un privilegio non riconosciuto. È il risultato di macroscopiche violazioni di sicurezza sul lavoro. Sia la macchina che il telo avvolgistica erano fuori norma, pericolosi e artigianali”. La sentenza dovrebbe arrivare il 7 luglio dopo le arringhe difensive.

Giustizia alla memoria

“Siamo in attesa che il tribunale accerti le responsabilità penali e pronunci una sentenza che renda giustizia alla memoria di Satnam Singh e al dolore della sua famiglia – sostengono in una nota Cgil e Flai di Roma e Lazio, Camera del lavoro e Flai di Frosinone –. Quello che emerge da questa vicenda va ben oltre il singolo procedimento giudiziario. La gravità dei fatti contestati è evidente: dopo il drammatico incidente sul lavoro che lo aveva gravemente ferito, Satnam non sarebbe stato soccorso come avrebbe avuto diritto da essere umano, ma è stato abbandonato in condizioni disperate davanti alla sua abitazione. Un comportamento che, se confermato, rappresenterebbe una negazione dei più elementari principi di umanità, oltre che delle responsabilità che gravano su ogni datore di lavoro”.

Il coraggio di denunciare

Per i sindacati questo processo è importante anche perché parla a tutti i lavoratori che ancora oggi vivono nelle stesse condizioni di ricatto, precarietà e sfruttamento in cui si trovava Satnam. Una sentenza che accerti le responsabilità e affermi con chiarezza il principio che la vita e la dignità vengono prima di qualsiasi interesse economico può rappresentare un segnale per chi oggi ha paura di denunciare.

“Può dare forza e coraggio a chi subisce sfruttamento, lavoro nero, violazioni della sicurezza e condizioni di vita indegne – dicono Flai e Cgil Roma e Lazio e Frosinone e Latina -, affinché scelga di non restare in silenzio e possa rivolgersi alle organizzazioni sindacali e alle istituzioni prima che si verifichino altre tragedie”.

Sistema di sfruttamento

Quanto accaduto non è un errore, una tragica fatalità o un episodio isolato. La morte di Satnam Singh è maturata dentro un sistema di sfruttamento che, in alcune aree del territorio italiano, continua a trovare spazio e convenienza economica.

“È il prodotto di un modello che considera il lavoro come una merce da utilizzare fino all’estremo limite, comprimendo diritti, sicurezza e dignità delle persone – proseguono Cgil e Flai di Roma e Lazio, Camera del lavoro e Flai di Frosinone -. Per questo il processo assume un valore che riguarda l’intera società: non si giudica soltanto la condotta di un singolo imprenditore, ma si porta alla luce un contesto nel quale il lavoro irregolare, il caporalato, il ricatto della vulnerabilità e la negazione delle tutele fondamentali sono stati troppo spesso tollerati o sottovalutati.

Cgil parte civile

La Cgil si è costituita parte civile nel processo, non solo per chiedere giustizia per Satnam e per la sua famiglia, ma anche per affermare un principio di tutela del lavoro e della dignità umana.

“La nostra presenza in aula vuole rappresentare tutte le persone che non hanno voce – dicono le organizzazioni sindacali -, tutti coloro che lavorano in condizioni di sfruttamento e che spesso temono di denunciare per paura di perdere il lavoro o il permesso di soggiorno. La giustizia farà il suo corso e noi ne rispetteremo l’esito. Ma il dovere delle istituzioni, delle parti sociali e dell’intera comunità resta quello di contrastare con determinazione ogni forma di sfruttamento, rafforzando controlli, tutele e diritti. Il modo migliore per onorare la memoria di Satnam Singh è fare in modo che nessun altro lavoratore debba mai trovarsi nelle stesse condizioni e che nessuno possa più considerare normale ciò che normale non è mai stato”.