Continuiamo a commettere un errore quando parliamo di Genova. Pensiamo che la storia del G8 cominci il 20 luglio del 2001, con i due colpi di pistola in piazza Alimonda e un ragazzo a terra in una pozza di sangue. Oppure la sera del 21, quando la polizia entra alla scuola Diaz e compie una macelleria messicana. O ancora nei corridoi di Bolzaneto, dove il diritto e lo Stato si fermarono davanti a una porta della caserma.

In realtà Genova comincia molto prima. Comincia nel momento in cui un potere politico ed economico decide che il dissenso non è più un interlocutore, ma un problema. Che le idee possono essere archiviate se si riesce a criminalizzare chi le porta in piazza. È questo il vero lascito di Genova.

Per venticinque anni abbiamo discusso dei Black Bloc, delle vetrine infrante, delle responsabilità individuali, delle sentenze, delle prescrizioni, delle carriere sopravvissute ai processi. Tutto necessario. Tutto giusto. Ma spesso abbiamo perso di vista la domanda fondamentale: che cosa si voleva davvero fermare in quei giorni?

Non un manipolo di violenti. Si voleva fermare un movimento che aveva osato rompere il monopolio del racconto. Un movimento confuso, contraddittorio, perfino ingenuo a tratti, ma capace di mettere insieme sindacati e missionari, ambientalisti e associazioni cattoliche, studenti e cooperanti, economisti e volontari. Gente che parlava di finanza globale quando sembrava un argomento per specialisti, di paradisi fiscali quando nessuno li metteva in discussione, di farmaci accessibili, di debito internazionale, di cambiamento climatico, di multinazionali, di lavoro povero.

Venticinque anni dopo scopriamo che quelle persone avevano visto il futuro molto meglio di tanti governi. Per questo il podcast “Genova 2001 – Il sangue della ragione” non è un esercizio della memoria. È un esercizio del presente. Perché Genova ha inaugurato un paradigma che continua ad accompagnarci. Prima si costruisce l’emergenza. Poi si restringe lo spazio del conflitto. Infine si convince l’opinione pubblica che chi protesta costituisce il problema, mentre ciò contro cui protesta diventa un dettaglio.

È una dinamica che oggi riconosciamo con inquietante facilità. Gli attivisti climatici vengono raccontati più per la vernice lavabile sui monumenti che per la crisi climatica. Gli studenti finiscono al centro del dibattito quando prendono una manganellata, raramente quando spiegano perché sono in piazza. Gli scioperi vengono misurati dal disagio che provocano, quasi mai dalle ragioni che li rendono necessari. Le piazze vengono valutate per il traffico che bloccano, non per i diritti che rivendicano.

Il conflitto sociale viene progressivamente trasformato in un tema di sicurezza. È il passaggio decisivo. Perché quando il dissenso diventa una questione di ordine pubblico, la politica smette di ascoltare e comincia a presidiare. La piazza perde cittadinanza e acquista pericolosità. Il manifestante smette di essere un soggetto democratico e diventa un soggetto da gestire. Genova è stato il laboratorio di questo cambio di paradigma.

La morte di Carlo Giuliani, la Diaz e Bolzaneto rappresentano l’esito più tragico di quella scelta. Ma la scelta viene prima della violenza. Sta nell’idea che il conflitto possa essere neutralizzato invece che rappresentato. Che basti delegittimare chi dissente per cancellare le sue domande.

La storia ha dimostrato il contrario. Le disuguaglianze sono cresciute. La ricchezza si è concentrata ancora di più. La finanza continua a condizionare la politica. Il cambiamento climatico è diventato un’emergenza globale. Il lavoro si è precarizzato. Le migrazioni sono aumentate. Molte delle questioni sollevate dal movimento di Genova sono diventate il lessico quotidiano dell’economia e della geopolitica.

Le idee sono sopravvissute. Ed è forse questa la più grande sconfitta di chi pensava di archiviarle con i manganelli. Raccontare Genova oggi significa allora fare una scelta precisa. Restituire dignità alla memoria senza trasformarla in liturgia. Sottrarre quei giorni alla retorica delle ricorrenze. Ricordare che la democrazia non si misura quando tutti sono d’accordo, ma quando qualcuno disturba il potere.

Perché il dissenso costituisce il sistema immunitario della democrazia. Quando lo si indebolisce, all’inizio sembra tutto più ordinato. Poi ci si accorge che insieme al rumore delle piazze è scomparsa anche la capacità di correggere gli errori del potere. È per questo che Genova continua a riguardarci. Non perché appartenga al passato. Perché il conflitto tra potere e partecipazione resta la domanda politica più attuale del nostro tempo.