Bisogna aver visto. I corpi sudati e troppo vicini rinchiusi per 23 ore al giorno in una cella piccola, troppo piccola. Le persone, gli uomini e le donne, con lo sguardo perso e confuso, tristi e depressi. Le carenze e le mancanze delle strutture, dei servizi, del personale, dell’igiene, della pulizia.

Bisogna aver visto tutto questo per poterlo raccontare, testimoniare, diffondere. È quello che hanno fatto 330 “civili”, persone libere, entrate oggi, 14 luglio, in 34 carceri italiane di 29 città, nell’iniziativa organizzata dall'Alleanza per l’articolo 27.

Due ore e mezzo nelle carceri

Esponenti delle istituzioni locali, del mondo dell'università, della cultura, della società civile, del sindacato hanno trascorso più di due ore negli istituti penitenziari da Nord a Sud per vedere e toccare con mano come l’articolo 27 della Costituzione non è garantito. È l’articolo che tra le altre cose afferma: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Specie d’estate, nelle carceri i trattamenti sono contrari al senso di umanità, i detenuti non hanno diritti e spesso neppure dignità.

Il doppio dei detenuti

“Ho visto condizioni di sovraffollamento che sono intollerabili – denuncia a Collettiva Stefano Anastasia, garante dei detenuti del Lazio, all’uscita dal carcere di Regina Coeli -. C’è il doppio dei detenuti presenti rispetto alla capienza regolamentare, le brande aggiunte nelle celle, le aule per le attività occupate da lettini, la difficoltà degli operatori a seguire tutti, con i rischi che ne conseguono, anche disattenzioni rispetto a condizioni di vulnerabilità e sofferenze particolari”.

Estate, stagione difficile

L’estate è la stagione più difficile per chi sta dentro, è un periodo di sofferenze e di suicidi, di assenza di vita e di attività: i ristretti possono uscire per l’ora d’aria dall’una alle tre del pomeriggio, quando fuori il clima è rovente, i turni di ferie riducono il personale e le possibilità di fare attività, una situazione di reale abbandono.

“Nell’immediatezza, in estate, bisogna rendere la vita dei detenuti e del personale un minimo accettabile – ci dice Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone -. Areare gli spazi, prevedere la possibilità di rinfrescarsi, mettere ventilatori nelle celle, ombreggiare le zone comuni: si rimane in cella, in cinque in 15 metri quadri o in tre persone in dieci per 20-22 ore al giorno, si rinuncia all’aria perché non c’è un ombrellone. Quindi frigo, ventilatori e telefonate quotidiane, una cosa questa che salva molte vite”.

Scuotere le coscienze

Per l’Alleanza per l’articolo 27, di cui fa parte anche la Cgil, c’è necessità di fare informazione, raccontare a tutti quello che si vede dentro, per scuotere le coscienze, promuovere un moto di indignazione collettiva e arrivare così, forse, alle riforme.

“Da essere umano mi hanno colpito le condizioni dei corpi, dei detenuti: qui c’è il doppio delle persone che dovrebbero esserci – racconta alla fine della visita l’attore Pietro Sermonti -. Il carcere riguarda tutti, chi è detenuto lo è perché c’è una sentenza emessa in nome del popolo italiano, e io ne faccio parte. E quando sento l’espressione ‘buttare le chiavi’, ecco, io sono venuto qui a raccoglierle”.