"Robin Hood al contrario": è l’accusa lanciata da Cgil e Filctem Cgil a Eni nel giorno del presidio davanti al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il sindacato contesta le dismissioni nella chimica di base e l’esclusione dal tavolo ministeriale, mentre la società aumenta dividendi e programma il riacquisto di azioni proprie fino a 3,4 miliardi di euro.

"Mentre chiude stabilimenti, cancella posti di lavoro e l’autonomia strategica del Paese, Eni aumenta dividendi e buyback", affermano il segretario confederale della Cgil Gino Giove e il segretario generale della Filctem Cgil Marco Falcinelli.

La protesta di Cgil e Filctem davanti al Mimit

Il presidio si è svolto dalle 13 davanti alla sede del Mimit. Cgil e Filctem hanno protestato contro quella che definiscono l’esclusione dal tavolo di confronto di chi continua a sostenere che la chiusura della chimica di base sia "un errore".

I sindacati puntano il dito contro i risultati finanziari del secondo trimestre diffusi da Eni: utili in crescita, dati superiori alle attese, dividendi in aumento e un programma di buyback portato fino a 3,4 miliardi di euro.

Secondo Giove e Falcinelli, l’azienda starebbe riducendo la propria presenza industriale italiana per destinare maggiori risorse ai mercati finanziari. "L’azienda non prende ai ricchi per sostenere il Paese in cui è nata, ma riduce la presenza industriale per distribuire sempre più risorse ai mercati finanziari", sostengono.

Eni e la dismissione della chimica di base

Il nodo centrale della vertenza riguarda gli impianti di chimica di base. "Da Porto Marghera a Porto Torres, da Brindisi a Priolo, Eni sta progressivamente dismettendo la chimica di base", denunciano i dirigenti sindacali.

Secondo Cgil e Filctem, gli impianti coinvolti hanno costruito sviluppo, lavoro, competenze e filiere nei territori. Le chiusure e le dismissioni, aggiungono, lasciano migliaia di lavoratrici e lavoratori, imprese dell’indotto e comunità locali davanti a prospettive sempre più incerte.

"L’Italia rischia di dipendere dalle importazioni"

Per le due organizzazioni sindacali, l’Italia si starebbe avviando a diventare il primo grande Paese industriale europeo a rinunciare alla produzione di chimica di base. Il rischio, secondo Cgil e Filctem, è trasformare il Paese da produttore a soggetto sempre più dipendente dalle importazioni.

Una scelta che il sindacato considera non solo sbagliata sul piano industriale, ma anche un grave errore strategico. In una fase segnata da guerre, crisi energetiche, tensioni commerciali e instabilità nelle catene di approvvigionamento, rinunciare a produzioni strategiche aumenterebbe la dipendenza dall’estero.

Dividendi, buyback e ruolo dello Stato in Eni

Giove e Falcinelli interrogano anche il Governo sul ruolo da esercitare nei confronti di una società partecipata dallo Stato. "È questa la missione di una grande impresa a controllo pubblico?", chiedono, sollecitando un intervento di indirizzo e controllo.

Per Cgil e Filctem, un’azienda partecipata dallo Stato dovrebbe rafforzare la capacità produttiva nazionale, difendere le filiere strategiche, garantire occupazione e accompagnare la transizione industriale.

Il sindacato osserva inoltre come Eni continui a beneficiare delle condizioni create dalla crisi internazionale, con l’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime, trasformando una parte rilevante dei risultati in dividendi e riacquisti di azioni. "Ai cittadini qualche centesimo di sconto, agli azionisti miliardi", attaccano i due segretari.

La richiesta: lavoro, produzione e confronto al Ministero

"Il problema non è che un’impresa produca utili, ma cosa si decide di fare di quegli utili e quale idea di sviluppo si intende perseguire", ribadiscono Cgil e Filctem. Per il sindacato, Eni non può trasformarsi in "una macchina finanziaria" che impoverisce i territori nei quali è nata e opera.

Da qui la contestazione dell’esclusione dal confronto presso il Mimit. Cgil e Filctem affermano di non accettare che il dissenso venga "trasformato in colpa" e che chi non ha firmato un protocollo sia lasciato fuori dalle sedi in cui si decide il futuro delle lavoratrici, dei lavoratori e dei territori coinvolti.