“Conoscenza sottocosto”: scuola, università, ricerca, conservatori e accademie, in tutte queste realtà le retribuzione di lavoratori e lavoratrici non riescono a tenere il passo del carovita, con stipendi mangiati da inflazione e fiscal drag, anche nonostante aumenti che negli ultimi anni sono risultati puramente nominali.

I numeri li fornisce la Flc Cgil che questa mattina (29 ottobre) ha presentato il report dal titolo, appunto, di “Conoscenza sottocosto”. Quello che ne emerge è netto: durante il governo Meloni - cioè tra 2022 e 2027 - il potere d’acquisto di chi lavora in questi comparti è drasticamente diminuito. Il tutto in un quadro generale di sottofinanziamento del sistema dell’istruzione pubblica in Italia e alla vigilia di una legge di bilancio in cui, per questi settori, non c’è letteralmente nulla.

Scuola: persi 276 euro al mese

Raffrontando gli aumenti contrattuali con il tasso d’inflazione, il dato che ne risulta è impietoso, nonostante, come ha ricordato nella presentazione del dossier la segretaria generale della Flc Cgil, Gianna Fracassi, “il ministro Valditara si vanti di aver rinnovato tre contratti”.

La realtà è che nel quinquennio meloniano, lavoratrici e lavoratori hanno perso complessivamente 21.507 euro, vale a dire 3.385 euro l’anno che corrispondono a 276 euro al mese. Al dato si arriva comparando un’inflazione al 25,67% a cui hanno corrisposto aumenti contrattuali fermi all’11,83%, cioè a meno della metà. Ricordiamo che la Flc Cgil non ha siglato il Ccnl 2022-24 perché gli incrementi erano di un terzo al di sotto dell’inflazione.

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Per colmare questo gap e riportare gli stipendi al livello dell’inflazione, calcola il sindacato della conoscenza della Cgil, servono 8,4 miliardi aggiuntivi rispetto agli stanziamenti contrattuali ordinari. Tra le voci da incrementare c’è quella del Fmof, il Fondo per il miglioramento dell’offerta formativa. I tagli subiti dal Fondo sono particolarmente significativi della politica scolastica di questo Paese.

Il Fmof, si legge nel report,”rappresenta la risorsa principale su cui continuano a scaricarsi, nostro malgrado, le più diverse esigenze per le prestazioni aggiuntive, le attività extracurricolari e le nuove responsabilità gestionali e educative”, per questo “diventa improrogabile il raddoppio delle risorse per garantire una reale ed equa valorizzazione di tutto il lavoro svolto da docenti e Ata”.

Non solo stipendi

Ma ovviamente sul reale valore delle retribuzioni incidono anche altri fattori che possiamo genericamente indicare come i costi collegati alla prestazione lavorativa. A cominciare dai buoni pasto, che invece vengono forniti in quasi tutto il pubblico impiego (504 euro l’anno) e dalle spese sostenute per gli spostamenti tra vari sedi e plessi dislocati anche su Comuni diversi - divenuti sempre più frequenti dopo le operazioni di dimensionamento scolastico - e sui cui pesa un aumento del 22,6% del costo del carburante.

Ma non va sottovalutata neanche l’elevata mobilità territoriale - alimentata dalla strutturale presenza di personale precario (oltre 300 mila unità) e dai vincoli di permanenza per neo immessi in ruolo - che costringe ogni anno decine di migliaia di docenti e Ata a trasferirsi lontano dalla propria residenza, dovendo sostenere spese d’affitto divenute ormai insostenibili nei principali centri urbani.

In base alle rilevazioni sui canoni medi di locazione nelle città a maggiore attrazione scolastica (specialmente nel Centro-Nord), si legge nel rapporto, “la spesa minima per una stanza singola o un piccolo monolocale oscilla tra i 600 e i 900 euro mensili che, a fronte di una retribuzione netta media d’ingresso nel comparto scuola di circa 1.400-1.600 euro al mese” finisce per incidere dal 37 al 65% dello stipendio mensile.

Se poi consideriamo anche le utenze e i trasporti per il rientro periodico a casa, l’incidenza totale dei costi può superare il 75% dell’intero reddito percepito. A tutto ciò, infine, va aggiunto il taglio alla carta docente, che è passata da 500 a 383 euro.

Confronti sconfortanti

Senza dimenticare il quadro generale che vede quelle della scuola tra le retribuzioni più basse - a parità di titolo di studio - fra quelle del pubblico impiego (- 18,81%) e anche, il dato è stranoto, rispetto ai colleghi europei: un docente di scuola media in Italia con 15 anni di servizio guadagna il 16,2% in meno di uno spagnolo, quasi il 30% rispetto alla Spagna e la metà in confronto a Germania e Paesi Bassi.

Situazione ovviamente ancora peggiore per i precari: un numero intollerabile di lavoratori (302 mila) che hanno il salario fermo per 7-8 anni in media, senza riconoscimento dell’anzianità di servizio. “Questo dato, in particolare, mostra il senso del fallimento dello Stato rispetto al sistema dell’istruzione pubblica, che non riguarda solo chi ci lavora ma anche la qualità della formazione”, chiosa Fracassi.

D’altra parte questa situazione è conseguenza del disinvestimento generale del nostro Paese sull’istruzione: in rapporto alla spesa pubblica siamo all’8%, rispetto a una media Ue del 9,7.

Università: cala il potere d’acquisto

Dal punto di vista salariale le cose sono più o meno le stesse anche per le lavoratrici e i lavoratori di università, ricerca e Afam che, d’altra parte, rientrano nello stesso comparto contrattuale “Istruzione e ricerca”. Per quanto riguarda l’università, le retribuzioni del personale tecnico, amministrativo, bibliotecario e gli esperti linguistici hanno perso il 12,7% del potere d’acquisto che corrispondono - sempre nel quinquiennio 2022-27 - a oltre 15 mila euro per lavoratore. Per loro, inoltre, a differenza di altri comparti pubblici, come per esempio gli enti locali, risulta bloccato il salario accessorio. Il risultato è che molti tra i neoassunti migrano verso altre amministrazioni.

Anche in questo caso, il tema salariale si inscrive in quello più generale del sottofinanzimento del sistema: il Fondo di finanziamento ordinario degli atenei - con cui si pagano anche gli stipendi - in termini reali in 5 anni è diminuito di 400 milioni. Il risultato è che per l’università l’Italia spende la metà della media europea: 0,78% della spesa pubblica rispetto all’1,52% europeo e non è un caso, allora, che la quota di laureati nel nostro Paese tra i 25 e 34 anni è ferma al 31% rispetto al 43% europeo.

Ricerca e Afam: coperta solo metà dell’inflazione

Anche nel caso della ricerca gli aumenti hanno coperto solo metà dell’inflazione, con perdite cumulate negli anni che oscillano tra 12 e oltre 60 mila euro, mentre il Fondo ordinario per gli enti di ricerca pubblica ha perso in termini reali il 4,1% con l’Italia che investe in ricerca meno di due terzi della media Ue.

Non vanno meglio le cose per accademie e conservatori, pure così importanti per un Paese che ha una fortissima tradizione culturale. I docenti in questi anni hanno perso, per lo stesso meccanismo, fino a 5.711 euro l’anno, solo poco meno gli Ata.

Fracassi: in legge di bilancio non c’è nulla

Il quadro è così desolante che per la Flc Cgil occorre intervenire subito in legge di bilancio, con un piano di investimenti pluriennale che si aggiunga ai normali stanziamenti contrattuali e colmi il divario, considerando che già da agosto a oggi si registra un + 1% di inflazione, come hanno ricordato in una lettera al ministro Valditara tutti i sindacati della scuola.

Tuttavia, nella legge di bilancio uscita dal Consiglio dei ministri, ha attaccato Fracassi, “per i nostri settori non c’è nulla. Né per i salari, né per la stabilizzazione dei precari, né per l’edilizia scolastica a parte un intervento sulla climatizzazione delle aule che però bisogna vedere a quanto ammonta realmente”. 

Così come, ha aggiunto, “non ci sono risorse per il diritto allo studio”: si tratta dunque della conferma che “questo è un governo ostile alla scuola, all'università, alla ricerca pubblica, all'alta formazione artistica musicale e per tutto questo anche gli studenti stanno protestando”.

A questo proposito la segretaria generale della Flc ha ricordato come la Cgil ha proclamato per il 20 novembre uno sciopero generale, la stessa data che vede una grande giornata di mobilitazione studentesca: “Queste due lotte - ha sottolineato - fanno parte di un’unica battaglia. Quella in difesa dell'istruzione pubblica, e del suo carattere democratico, laico e inclusivo”.