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La fermata definitiva dell’impianto PP2 di Basell segna un nuovo passaggio nella crisi della chimica di base a Brindisi. Dopo la dismissione del P9T nel dicembre 2023, anche l’ultima linea di produzione di polipropilene del sito si ferma, aprendo una fase drammatica per il futuro degli 81 lavoratori coinvolti nella procedura di licenziamento collettivo.
Per la Filctem Cgil, quanto sta accadendo conferma un allarme lanciato da tempo: la chiusura del cracking di Versalis e l’interruzione della produzione di etilene hanno indebolito le condizioni industriali necessarie a mantenere in attività gli impianti Basell. Il rischio, denunciato dalla categoria, è che la dismissione della chimica di base produca un effetto domino sull’intero petrolchimico, con conseguenze che vanno oltre i confini della provincia.
Adesso la priorità è duplice: trovare una soluzione per salvaguardare l’occupazione e capire se esistano le condizioni per una ripartenza industriale del polo. “Diventa fondamentale capire i tempi e gli sviluppi della possibile vendita a un investitore internazionale del Polo Chimico di Brindisi”, afferma Antonio Frattini, segretario generale della Filctem Cgil di Brindisi.
Il 21 ottobre al ministero per evitare 81 licenziamenti
Il primo appuntamento è fissato per il 21 ottobre al ministero del Lavoro, dove il sindacato cercherà ogni soluzione possibile per evitare gli 81 licenziamenti collettivi. Il 28 ottobre è invece previsto un incontro in Confindustria per discutere le possibilità di continuità occupazionale attraverso trasferimenti nello stabilimento di Ferrara e/o pensionamenti.
Sono passaggi importanti per il futuro immediato delle lavoratrici e dei lavoratori, ma non sufficienti a risolvere il problema industriale. La salvaguardia delle professionalità e la tutela del reddito devono accompagnarsi a un progetto capace di garantire una prospettiva produttiva al sito brindisino.
Frattini richiama anche la necessità di dare certezze sui nuovi investimenti e di accelerare gli iter autorizzativi. Il territorio, sottolinea la Filctem, rischia di pagare un prezzo altissimo in termini di occupazione, non soltanto diretta ma anche nell’indotto e nelle attività collegate al petrolchimico.
La questione della vendita degli impianti di Versalis e della ricerca di un investitore interessato alla continuità produttiva è quindi centrale. Non basta individuare un compratore: occorre un piano industriale che tenga insieme gli impianti, le forniture di materie prime e le condizioni necessarie a mantenere le produzioni sul territorio.
L’allarme di Falcinelli era arrivato già nel marzo 2025
La fermata del PP2 non arriva inaspettata. Il 13 marzo 2025 Marco Falcinelli, segretario generale della Filctem Cgil, aveva denunciato il rischio che la dismissione della chimica di base da parte di Eni-Versalis innescasse un processo di deindustrializzazione destinato a coinvolgere anche gli altri operatori.
Il sindacalista aveva richiamato proprio il caso Basell, che in Italia opera a Brindisi e Ferrara. Nelle trattative per la vendita di cinque impianti europei, aveva spiegato, era emersa la possibilità che l’operazione si concludesse escludendo il sito pugliese.
Il nodo è produttivo. Il cracking fornisce le materie prime necessarie alle lavorazioni successive e la sua fermata ha modificato le condizioni di approvvigionamento del petrolchimico. Senza una fornitura stabile e competitiva, gli impianti a valle diventano più esposti ai costi e alle difficoltà di reperimento dei monomeri sul mercato.
Il 10 giugno 2026, Basell aveva annunciato la decisione di fermare il PP2 entro la fine dell’anno. La società ha motivato la scelta con le difficoltà di approvvigionamento delle materie prime e con costi operativi diventati troppo elevati, dichiarando la volontà di dismettere il sito e mettendo l’impianto a disposizione a un prezzo simbolico per favorire una possibile cessione a terzi.
Per la Cgil e la Filctem, il collegamento con la decisione di Eni di interrompere la produzione di etilene è evidente. La categoria sostiene che la chiusura del cracking abbia contribuito direttamente a compromettere la sostenibilità produttiva dello stabilimento Basell, rendendo più difficile la permanenza dell’azienda a Brindisi.
La responsabilità di Eni e le contraddizioni del piano industriale
È su questo punto che si concentra la contestazione sindacale nei confronti di Eni e del governo. La scelta di dismettere la chimica di base, secondo la Filctem, non ha riguardato soltanto gli impianti direttamente coinvolti nel piano Versalis, ma ha messo in discussione anche le attività delle altre aziende che dipendono da quelle produzioni.
Il 10 giugno, dopo l’annuncio di Basell, il segretario confederale della Cgil, Gino Giove e Marco Falcinelli hanno contestato al governo di aver accettato la dismissione della chimica di base senza garantire adeguate risposte alle ricadute industriali e occupazionali.
La posizione di Eni è diversa. Il gruppo sostiene che la chimica di base europea attraversi una crisi strutturale e irreversibile e che sia necessario orientare le attività verso produzioni a maggiore valore aggiunto, specialità e innovazione. Il piano di trasformazione di Versalis prevede investimenti per oltre due miliardi di euro, secondo quanto comunicato dall’azienda nel luglio 2026, e comprende anche il progetto della gigafactory per sistemi di accumulo energetico a Brindisi.
Per il sindacato, tuttavia, i nuovi investimenti non possono essere utilizzati per giustificare la perdita delle produzioni esistenti. La transizione industriale deve creare nuove opportunità senza cancellare competenze, impianti e filiere che possono ancora avere un ruolo strategico. La questione, dunque, non è scegliere tra innovazione e chimica di base, ma costruire un progetto che garantisca entrambe, quando le condizioni industriali lo consentono.
La protesta davanti al Mimit: “Non cancellate la chimica di base”
La mobilitazione della Filctem è arrivata anche davanti al ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il presidio organizzato a Roma ha contestato la strategia di dismissione di Eni-Versalis e l’esclusione dal confronto istituzionale di chi chiedeva di mantenere attiva la chimica di base.
Allargando lo sguardo oltre Brindisi, da Porto Marghera a Priolo e Porto Torres, per la Cgil, la progressiva riduzione della capacità produttiva nazionale rischia di aumentare la dipendenza dalle importazioni e di indebolire le attività manifatturiere che utilizzano i prodotti della chimica.
Il sindacato richiama il dato secondo cui circa l’80 per cento delle aziende manifatturiere utilizza prodotti chimici. Un’indicazione che restituisce la portata della questione: la chimica di base non riguarda soltanto le imprese che producono polimeri e intermedi, ma una parte consistente del sistema industriale.
La Filctem chiede per questo un confronto nazionale che coinvolga imprese, governo, Regioni e organizzazioni sindacali. Servono risposte sui tempi della ricerca di nuovi investitori, sulle condizioni per riattivare gli impianti e sulle garanzie occupazionali. La fermata del PP2 dimostra che il tempo disponibile per individuare soluzioni si è ulteriormente ridotto.
La vendita del polo e il futuro della filiera
Il possibile ingresso di un investitore internazionale resta uno dei passaggi decisivi per Brindisi. La ricerca di un acquirente per gli impianti Versalis e la possibilità di mantenere attivo il cracking sono state indicate anche dalla Regione Puglia come condizioni importanti per assicurare continuità produttiva e tutelare l’indotto.
Ma un’operazione di vendita non garantisce da sola la ripartenza. Occorre capire quali impianti potrebbero essere riattivati, con quali investimenti e con quali accordi per l’approvvigionamento delle materie prime. Per Basell, la disponibilità dell’impianto a un prezzo simbolico può facilitare una cessione, ma il futuro produttivo dipenderà dalla presenza di condizioni industriali ed economiche sostenibili.
La Filctem insiste sulla necessità di considerare il petrolchimico come un sistema integrato. Il cracking, gli impianti di Versalis e quelli Basell costituiscono, nella valutazione sindacale, un patrimonio industriale che non può essere liquidato senza aver esplorato tutte le alternative possibili.
La partita si gioca adesso su due piani: proteggere gli 81 lavoratori coinvolti nella procedura e impedire che la fermata del PP2 diventi un altro passaggio irreversibile nel ridimensionamento della chimica di base italiana.
Il 21 ottobre al ministero del Lavoro e il 28 ottobre in Confindustria saranno due appuntamenti importanti. Ma la risposta che Brindisi attende è soprattutto industriale: investimenti, tempi certi e una prospettiva produttiva capace di difendere il lavoro e il futuro del polo chimico.






















