Guardare il mondo partendo dal lavoro. È la chiave che attraversa “Giuseppe Di Vittorio cittadino del mondo. Una biografia tra sindacato e internazionalismo”, il volume di Michele Colucci, pubblicato da Carocci e presentato all’Archivio del Lavoro di Sesto San Giovanni. Una scelta che assume un significato particolare nell’anno dei 120 anni della Cgil. “Ricordare le figure che hanno fatto grande il nostro sindacato è utile anche per delegate, delegati e sindacalisti di oggi” ha sottolineato Debora Migliucci, direttrice dell’Archivio del Lavoro. Le epoche cambiano, ma resta la necessità di organizzare chi lavora, costruire solidarietà e trovare, anche nei momenti più difficili, “una via d’uscita democratica”.

Il Di Vittorio uomo

Il Di Vittorio raccontato da Colucci è, infatti, lontano da una figura cristallizzata nella memoria: è un dirigente attraversato dalle contraddizioni del Novecento, capace di cambiare posizione e allargare il proprio sguardo mantenendo un punto fermo, l’emancipazione del lavoro.

Dalla Puglia al mondo

Edmondo Montali, della Fondazione Giuseppe Di Vittorio, ha usato l’immagine dei cerchi concentrici. Da Cerignola all’Europa fino alla dimensione sindacale mondiale, il raggio d’azione di Di Vittorio continua ad ampliarsi, ma il centro resta il lavoro. Il suo internazionalismo nasce proprio dall’esperienza del bracciante pugliese e dalla consapevolezza che individualmente chi lavora è più debole. L’organizzazione trasforma invece una condizione individuale in una forza collettiva. Anche la solidarietà, in questa prospettiva, non è scontata: deve essere costruita. Da qui derivano due elementi che segneranno profondamente la Cgil: rappresentanza generale e autonomia. La prima esiste soltanto se il sindacato sa conoscere e ascoltare il lavoro reale. La seconda non significa distanza dalla politica, ma capacità di esprimere una voce propria, che nessun partito o Stato può sostituire.

Un dirigente locale e globale

Antonio Carioti ha definito Di Vittorio una figura “glocal”: fortemente radicata nella Capitanata e insieme convinta della necessità di unire lavoratrici e lavoratori oltre i confini. Fin dalle prime vertenze agricole si confronta infatti con il tentativo di utilizzare la concorrenza tra chi lavora per spezzare le lotte. La risposta è costruire interessi comuni, impedendo che le differenze diventino divisioni. Una questione che conserva tutta la sua attualità in un mercato del lavoro frammentato per contratti, settori, condizioni e provenienze.

Guerra e pace dalla parte del lavoro

Anche il primo antimilitarismo di Di Vittorio nasce dalla condizione materiale delle classi popolari. Valentina Cappelletti, segretaria generale della Cgil Lombardia, ha ricordato quanto il rifiuto della guerra fosse intrecciato all’esperienza del servizio militare, della repressione e del prezzo dei conflitti pagato soprattutto da chi possiede meno. Antimilitarismo, battaglia sindacale e unità tra lavoratori appartengono quindi alla stessa prospettiva. La successiva scelta interventista alla vigilia della Prima guerra mondiale mostra però un Di Vittorio tutt’altro che lineare. Colucci la ricostruisce dentro la sconfitta della Settimana Rossa, l’esilio in Svizzera e il confronto con il sindacalismo rivoluzionario, sottolineando anche la distanza che in quel periodo si crea con i lavoratori di Cerignola, rimasti in larga parte contrari alla guerra. Sono proprio queste contraddizioni a sottrarre la sua figura alla mitizzazione.

Migrazioni e internazionalismo

L’esilio porta Di Vittorio a misurarsi anche con la condizione di una vasta comunità italiana emigrata in Francia, attraversata da sfruttamento, xenofobia e isolamento. L’esperienza de “La voce degli italiani” mostra come la migrazione possa diventare un terreno di organizzazione. Senza strumenti collettivi, la ricerca di riscatto rischia di restare individuale; sindacato e comunicazione possono invece trasformarla in partecipazione e rappresentanza. Negli anni Cinquanta lo sguardo si allarga ancora, verso le lotte anticoloniali e i nuovi movimenti sindacali dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. Per Colucci, più che semplice pragmatismo, emerge qui la capacità di Di Vittorio di leggere le trasformazioni su una scala realmente globale.

Una storia che interroga il presente

La forza di questa biografia sta allora nel non proporre Di Vittorio come un modello da riprodurre. Le diverse fasi della sua vita non sono compartimenti separati: ogni esperienza entra nelle successive, viene rielaborata e talvolta contraddetta. Resta però un metodo: cercare il lavoro dove si trova, comprenderne i cambiamenti, costruire solidarietà tra condizioni differenti e difendere l’autonomia della sua rappresentanza. Il mondo di Di Vittorio non esiste più. Ma resta aperta la domanda che attraversa la sua esperienza: come unire ciò che il lavoro, i confini e le guerre continuano a dividere?

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