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La lotta di classe esiste ancora? Questo sembra chiedersi (e chiederci) Ottobre, romanzo appena pubblicato nella collana “Immaginazione” da People (pp. 315, euro 20), già vincitore del Premio Marco Tiberi per la narrativa. A scriverlo Andrea Appetito, che come ne I figli della notte (Lamantica, 2024) e Tomàs (Effigie, 2017) sceglie quali protagonisti un gruppo di ragazzini, forse spinto dallo sguardo dell’insegnante (storia e filosofia nei licei), e dalla speranza riposta nelle generazioni che verranno, che stanno arrivando, malgrado il tentativo sempre vivo di relegarle ai margini.
Qui la storia è quella di una banda guidata da una bambina di 12 anni costretta a sopravvivere nei bordi di una città in rovine, dilaniata da inquinamento e macerie, rappresentata simbolicamente da una fabbrica andata in fiamme con molti dei suoi operai, compresi i famigliari di queste piccole vittime collaterali, innocenti, che non hanno ancora avuto il tempo di sbagliare, di distruggere ciò che li circonda ma che decidono di ribellarsi, cercando di coinvolgere anche i bambini-ratto, rintanati sottoterra tra i pertugi di fogne putride sempre più simili al mondo di sopra, dove talvolta riemergono per bisogno, o per vendetta. Con uno stile narrativo ormai perfettamente riconoscibile per chi abbia letto i suoi libri precedenti, Andrea Appetito immagina uno scenario dannatamente reale, che può ancora essere purificato dal vento fresco della rivoluzione.
Anche in questo nuovo romanzo i personaggi principali sono giovanissimi. Quanto ha a che fare questa scelta narrativa con il lavoro di insegnante?
Credo che abbia a che fare molto con la scuola. “Ottobre” è il terzo di tre romanzi che hanno come protagonisti gli adolescenti. Esiste una fonte di ispirazione più grande delle vite in espansione che incontrano il mondo e spesso si scontrano e scoprono l’amore, l’amicizia, la solidarietà ma anche il tradimento, la delusione, la perdita? Devo molto alla scuola, per me è un’“istituzione commovente”. Queste parole di Pasolini le ho capite vivendo in quello splendido mondo pieno di vite e di contraddizioni che è la scuola. Un po’ alla volta sto imparando ad abbandonare una posizione di centro e a guardare dai margini, ad ascoltare le ragazze e i ragazzi, a dimenticare tutte le cose studiate in precedenza, per reimparare con loro, ogni giorno, di nuovo. Ed è bellissimo vederli crescere e poi lasciare la scuola in un turbinio di emozioni. Mi viene in mente una cosa.
Quale?
Qualche tempo fa, pensando alla mia storia familiare, mi sono reso conto di una cosa a cui non avevo mai dato il giusto peso: mia sorella, più grande di me, dopo generazioni di contadini e di operai è la prima donna laureata in famiglia. Lo stesso è accaduto poi con me, e a migliaia di persone. Per questo la scuola pubblica è un’istituzione commovente; ed è lì, dove nessuno è straniero, che lavoro orgogliosamente.
La protagonista, la capobanda, è una bambina di cultura elevatissima ma autodidatta, tra ragazzi più grandi. Vuole essere un messaggio ben definito?
Forse sì, forse vuole raccontare la fiducia nella forza dei libri e più in generale della conoscenza, il più potente strumento di emancipazione. Sorellina ha una grande passione per i libri, forse perché è una bambina orfana e i libri sono l’unica eredità di sua madre. Con lei ho voluto raccontare che non veniamo da una tabula rasa, che abbiamo una grande eredità contenuta nei libri e che occorre amarla e non disperderla, ma viverla. Ogni volta che penso al finale di Fahrenheit e alla scena conclusiva del film di Truffaut mi commuovo.
Perché?
Ho avuto un nonno contadino e muratore autodidatta. Suonava il clarinetto in una banda di paese, e dopo il lavoro insegnava ai bambini a suonare il suo strumento. Non so dove e come abbia imparato, ma spesso vedevo a casa sua i figli di altri contadini che venivano per imparare, e spesso andavo alle prove della sua banda musicale. Anni dopo ho letto una bellissima poesia di Pavese che racconta proprio questo, e io credo in questa forza.
Tutta la storia ruota intorno a una fabbrica andata in fiamme, che porta con sé operai morti tragicamente…
È una storia purtroppo comune e ho voluto cominciare il romanzo proprio da un fuoco che distrugge la vita degli operai di una fabbrica, tra cui la mamma dei due piccoli protagonisti. Una tragedia ordinaria che segna la quotidianità del nostro Paese. Ho messo questa perdita all’inizio della storia per renderla generativa nella sua dolorosa distruttività, generativa di un’istanza di giustizia profonda e radicale. Per questo ho usato nel libro la parola “rivoluzione”, che sembra anacronistica e fuori tempo, ma forse è solo in anticipo: un termine che non usiamo più perché non osiamo più immaginarla. In “Ottobre” un soviet di ragazzini attinge alla “cassetta degli attrezzi del Novecento” in un modo che per noi adulti può sembrare del tutto imprevedibile.
La città rappresentata nel romanzo sembra invece racchiudere tutte le contraddizioni dentro cui viviamo ogni giorno. È così?
La città di D. rappresenta tutte quelle città in cui le fabbriche danno lavoro ma al tempo stesso avvelenano, mettendo in scena logiche di potere che consumano le esistenze di chi lavora, lasciando famiglie mutilate nei loro drammi, e lutti.
Il libro è anche il racconto di una diversa lotta di classe, quasi irreale. Ma la lotta di classe oggi esiste ancora?
Vorrei rispondere subito di sì, ma in realtà è una domanda difficile. Proverò a dire qualcosa legata a un’esperienza quotidiana.
Prego.
Vivo vicino a un bosco di castagni che subisce spesso ceduazioni violente, e con il tempo i tagli sono diventati sempre più radicali; dopo rimangono pochi alberi isolati e vaste ceppaie. Quando torno dove gli alberi erano fitti la cosa che rimpiango di più è quella pioggia leggera che cadeva al mattino dalle foglie alte, camminavi e ti cadevano in testa gocce tiepide di rugiada. Una benedizione. Nei boschi decimati dalla ceduazione e dal profitto insieme alle vite degli alberi questi istanti di bellezza struggente non esistono più, rimangono sentieri devastati dal passaggio dei cingolati. Sembra di vedere un campo di battaglia. Questa guerra permanente è la logica del profitto, della colonizzazione, della voracità. Ma la cosa splendida della bellezza vissuta è che si può evocare, si può ricordare, si può raccontare e condividere, e questa nostalgia può diventare qualcosa che si apre al futuro. Il sogno, l’utopia concreta, la trama silenziosa e radicale di vite che vivono in modo diverso e costruiscono un mondo diverso. La lotta di classe che sarà avrà forme imprevedibili, e sento che nascerà da quelle trame che già esistono e che pazientemente riportano al centro delle esperienze di resistenza l’amore e la cura, insieme al coraggio e all’organizzazione. Credo che nella nuova lotta di classe non mancherà la poesia, quell’“estate invincibile”, come la chiama Camus nei suoi splendidi Saggi solari, che scopriamo negli inverni più bui.























