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Se siete a Milano, fino all’11 ottobre non perdetevi una visita alla Fabbrica del Vapore, che ospita la mostra “Al Lavoro”, promossa da Progetto Comunicazione e Prospekt. L’esposizione, che rientra anche tra le iniziative collaterali organizzate per i 120 anni della Cgil, esplora il mondo del lavoro negli ultimi quarant’anni, attraverso gli scatti di fotografi che hanno fatto la storia, ma anche nomi contemporanei. Le immagini sono accompagnate anche da video, audio e dati che ricostruiscono una linea del tempo fatta di lotte, diritti, vecchie e nuove forme di sfruttamento.
Francesca Marzotto, curatrice, la mostra è nata 18 anni fa e racconta gli ultimi quarant’anni del mondo del lavoro. Come è cambiata e come si è arricchita dal 2008 a oggi?
La prima edizione della mostra, nel 2008, è durata di fatto due anni, perché è stata nuovamente allestita anche nel 2009 a Sesto San Giovanni. Quando abbiamo deciso di rifarla nel 2025 per l’allestimento di Bologna, l'abbiamo completamente ripensata. Naturalmente, quello che poteva essere lo slancio iniziale di allora è stato superato dagli eventi. A Sesto San Giovanni, per esempio, avevamo dedicato un'intera parete al rogo della ThyssenKrupp. Oggi abbiamo considerato quella tragedia come parte della storia e abbiamo scelto di concentrarci sulle stragi contemporanee che, purtroppo, non mancano. Abbiamo aggiornato tutti i dati sugli incidenti e sulle morti sul lavoro e, sostanzialmente, abbiamo riallestito la mostra. Anche i materiali sono cambiati. La prima edizione era realizzata praticamente tutta su supporti cartacei: grandi fogli coloratissimi, affiancati gli uni agli altri. Era molto bella dal punto di vista visivo, proprio perché i colori erano molto forti. Per adeguarci anche alle norme di sicurezza, siamo però passati a materiali certificati: oggi la mostra è realizzata in PVC, le fotografie sono stampate su dibond e anche l'installazione dedicata alle morti sul lavoro- dal titolo “Non sono bianche queste morti” - è stata rifatta con materiali ignifughi. Abbiamo mantenuto, rispetto all'edizione del 2008, le fotografie storiche. Le grandi firme che ci avevano fornito le immagini allora sono ancora presenti nella mostra, anche se le fotografie sono state ristampate sui nuovi materiali.
Accanto a nomi che hanno fatto la storia, come quello di Gianni Berengo Gardin e Lucio Cavicchioni, sono esposti gli scatti di fotografi contemporanei, video, sculture, dati. Ne viene fuori un quadro che va dalle fabbriche di ieri ai rider di oggi.
Si parte dal lavoro in fabbrica e si arriva ai rider, passando per la precarietà e per le molte trasformazioni che hanno caratterizzato gli ultimi decenni. A proposito dei rider, ci sono alcuni lavori particolarmente significativi, come un'installazione video che raccoglie interviste a rider realizzate in molti paesi del mondo, non soltanto in Italia. Sono brevi testimonianze che si accendono una dopo l'altra e condividono la loro esperienza. Abbiamo notato, nelle tre edizioni in cui l'abbiamo esposta, che questa installazione interessa e colpisce molto le persone. Accanto a questo lavoro c'è il servizio fotografico di un artista più giovane, Federico Felicietti, che ha scelto una prospettiva completamente nuova per fotografare i rider: li ha ripresi attraverso il videocitofono delle case dove erano andati a consegnare. Questo punto di vista ci trasmette un ulteriore effetto di straniamento rispetto a una professione che, in qualche modo, è quella di persone invisibili. Persone che spesso non notiamo, che sfrecciano nelle nostre strade senza essere nemmeno riconosciute e che vivono spesso in una dimensione molto solitaria. È quindi anche un ottimo esempio del lavoro dei fotografi delle nuove generazioni.
Queste immagini restituiscono anche uno spaccato molto evidente di un altro tema centrale della mostra: lo sfruttamento del lavoro. Sembra che il rapporto tra uomo e lavoro si sia capovolto, a vantaggio di quest’ultimo, come dimostrano il lavoro povero, i salari bassi, le condizioni poco dignitose.
Sì. Su questo grande tema — quello di un lavoro che sta diventando sempre meno dignitoso, sempre più povero e quindi sempre più ingiusto — abbiamo lavorato su tre filoni. Da un lato, soprattutto quando parliamo degli incidenti sul lavoro o dei casi limite di sfruttamento, anche quelli indagati dalle procure, evidenziamo fenomeni come il caporalato e la riduzione in schiavitù. Il secondo filone è quello del nuovo fenomeno del lavoro povero. Non si tratta necessariamente di povertà in senso assoluto, ma di povertà in rapporto al costo della vita. Facciamo soprattutto l'esempio di Milano, dove l'impossibilità di abitare la città spinge molti lavoratori a forme di pendolarismo estremo: vengono espulsi dalla città dal punto di vista abitativo, ma devono continuare a raggiungerla ogni giorno per lavorare. Il terzo strumento attraverso cui raccontiamo questo fenomeno è un grande grafico, lungo sei metri, che rappresenta una linea del tempo. Racconta come, in quarant'anni, i provvedimenti legislativi abbiano progressivamente modificato l'impianto dei rapporti di lavoro, indirizzandolo verso una crescente frammentarietà e precarietà. Questo ha spinto i lavoratori verso una dimensione più solitaria, rendendo anche più difficile la capacità di lottare e difendere i propri diritti. Nell'arco di questi quarant'anni, partendo dalla scala mobile, si arriva alla situazione attuale. I grandi diritti conquistati con le lotte del passato sono stati progressivamente smantellati. È una sorta di piano inclinato che racconta un'evoluzione in negativo delle condizioni di tutela, salariali e contrattuali, fino ad arrivare ai casi estremi di vero e proprio sfruttamento.
Questo ci porta a un altro tema centrale della mostra: Milano, la città-vetrina, in cui convivono lusso e miseria, grandi eventi e affitti da capogiro. Milano la patria della Fashion Week e del lavoro povero.
Sì, proprio attraverso l'esempio della Fashion Week facciamo notare come lo scintillio del sistema dei grandi eventi, che a Milano attrae un turismo molto rapido e concentrato, generi un'economia al servizio di questo turismo. Da una parte questo contribuisce al caro prezzi, perché aumentano gli appartamenti destinati agli affitti brevi e brevissimi. Dall'altra produce posizioni lavorative nei settori dell'accoglienza e della ristorazione che sono tra i più precari, con punte di contratti che durano anche soltanto due giorni, paghe molto basse e numerose sacche di lavoro nero. Visivamente, contrapponiamo il servizio fotografico di Francesco Merlini sulla settimana della moda a quello di Francesco Giusti sulla fila per il pane a Milano, sulla vita per strada e sulle persone che non ce la fanno più e sono costrette a vivere senza una casa e, in alcuni casi, senza nemmeno i soldi per comprare il cibo.
La mostra resterà alla Fabbrica del Vapore fino all'11 ottobre. Possiamo immaginare che non sia un progetto concluso, ma che possa continuare a documentare il presente e a interrogarsi sul futuro del lavoro?
A noi piacerebbe molto farla vivere ancora. Nell'impianto attuale è una mostra molto grande e complessa, che richiede spazi importanti e uno sforzo di allestimento non indifferente. Non è facile trovare sempre queste condizioni. A Bologna, l'anno scorso, abbiamo potuto contare sul supporto di Legacoop e della Cgil. Quest'estate a Genova, in occasione dei 25 anni dai fatti tragici del G8 del 2001, siamo stati ospitati a Palazzo Ducale e ancora una volta abbiamo avuto il supporto della Cgil. Il sostegno del sindacato è stato prezioso anche per quest’ultimo allestimento, grazie ai materiali, alle fotografie dell'Archivio del Lavoro e all’importante lavoro di comunicazione e di coinvolgimento degli iscritti e dei delegati.
























