Il caso della Corte d’appello di Torino che ha annullato una condanna per stupro comminata in primo grado, perché la vittima avrebbe avuto un comportamento giudicato come un “invito ad osare”, prima d’essere un problema giudiziario è un problema culturale.

I concetti e il lessico della sentenza evocano incredibilmente il clima e il sentire sociale di Processo per stupro, celebre documentario del 1979 che denunciava come, nelle aule dei tribunali, le donne vittime di violenza diventassero le imputate illustrando bene in cosa consiste la “vittimizzazione secondaria”: pratica già grave nel 1979, e infinitamente più grave oggi perché la sentenza di Torino parla e dispone come se questi 43 anni di leggi, di rivoluzioni tecnologiche e non, e di trasformazioni sociali soprattutto, non fossero state.

Nel 1968, in Italia, venne abrogato il reato di adulterio; nel 1970 fu introdotto il divorzio e nel ‘78 depenalizzato e regolamentato l’aborto; nel 1975 si riforma il diritto di famiglia che riconosceva all’uomo un ruolo preminente rispetto alla donna e si sancisce la perfetta parità tra i coniugi; nell’81 la cancellazione del delitto d’onore. Per citare solo le innovazioni legislative epocali.

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In quest’arco di tempo, insieme alle leggi anche le donne – e la società-, sono profondamente cambiate e oggi sono sempre più consapevoli, autonome e autodeterminate. Il lavoro femminile ha progressivamente perso quella valenza di “reddito familiare secondario”, aggiuntivo rispetto a quello maschile, che troppo a lungo ne ha giustificato irregolarità e minore valore, ed è diventato strumento di sviluppo della propria personalità e di costruzione della propria vita, delle ambizioni.

Le donne hanno conquistato professioni prima precluse, raggiunto ruoli di vertice, negli affari e negli incarichi pubblici di governo e rappresentanza. E, non ultimo, hanno acquisito una diversa e pienamente consapevole relazione col proprio corpo e quindi anche col sesso che oggi, correttamente, si pretende essere paritario, molto diverso da quello strumento di mera procreazione ed esercizio del potere maschile che la Storia ci ha consegnato.

Ogni volta che in un bar così come nell’aula di un tribunale sentiamo dire, se l’è cercata perché stordita dall’alcol o dalle droghe, o perché indossava abiti succinti, o perché aveva assunto un comportamento “provocante” o perché tradiva, sembra che si apra un varco spazio-temporale e si venga risucchiati nel clima di mezzo secolo fa, come se tutte le trasformazioni sociali e le conquiste in termini di diritti e libertà civili sparissero.

La nostra società ha il dovere di chiuderlo quel varco, intervenendo a scardinare la cultura patriarcale che sistematicamente traduce il “no, non voglio” in “era un invito a osare”, che non riconosce la medesima dignità alle parole delle donne stuprate rispetto a quelle dei maschi che di quelle donne hanno abusato e che giustifica i femminicidi col troppo amore o con i raptus della gelosia. 

Per farlo occorre incidere sulla cultura cambiandola, partendo dalle scuole dove ancora oggi si trasmette un modello maschiocentrico di società, arrivando ai media e alla pubblicità, fino ai percorsi formativi degli ordini professionali dove andrebbero previsti corsi obbligatori di aggiornamento anche su questi temi, perché non basta imparare a usare un computer o la normativa sulla privacy quando si maneggia la vita delle persone.  E imparare a rispettare l’autodeterminazione delle donne perché un no è un no, non suscettibile di alcuna interpretazione, e il sesso senza consenso è stupro. Sempre.