PHOTO
Sono morti nel rogo di un capannone al Porto Vecchio. La loro colpa è stata quella di essere due giovani migranti, un uomo e una donna, di trovarsi nel posto sbagliato, la Trieste resa laboratorio di “accoglienza zero” dall’amministrazione attuale, nel momento sbagliato, alle prime freddissime folate di bora della stagione. Il resto è drammatica cronaca, sempre uguale nei rifugi degli ultimi delle nostre città: si accende un fuoco dentro a un vecchio edificio in disuso e in teoria interdetto e quel fuoco a volte diventa scintilla e poi rogo.
Si parte da qui a raccontare il sistema Trieste. Si parte dalla lunga disamina che fa, per Collettiva, Gianfranco Schiavone, direttore dell’ICS, il Consorzio Italiano di Solidarietà, da anni impegnato a dare accoglienza a chi sceglie proprio questa meravigliosa città di frontiera per inseguire il sogno di una vita migliore. La famigerata rotta balcanica incrocia qui l’Europa ricca (almeno nell’immaginario di chi fugge da privazioni, povertà e persino guerre). Trieste è la porta di ingresso, segnata sull’itinerario spesso solo come stazione di transito verso il sogno tedesco o comunque nord europeo.
Quando tutto questo ebbe inizio
I problemi iniziano nel 2020 con il mondo paralizzato dall’emergenza sanitaria e dalla diffusione del Covid. Nel 2020 accadono fatti gravissimi, ricostruisce Schiavone, “tentativi di respingimento sistematico alla frontiera italo-slovena che si appellavano alla formula linguistica rassicurante di riammissioni informali attive. Il comune pensava di poter riesumare un antico accordo di riammissione datato 1999 e applicarlo a chi entrava dalla Slovenia chiedendo asilo. Si pensò che attraverso quello strumento ormai ultraventennale si potesse rispedire i migranti in Slovenia senza neanche un provvedimento scritto. Un trucco, una invenzione che violava in modo grave le norme europee e quelle interne. Approfittando del Covid la vicenda si protrasse per circa sei mesi. Si mise in atto un sistema di respingimenti che chiamiamo a catena: per intenderci, la Slovenia a sua volta rispediva il migrante in Croazia, la Croazia in Bosnia, finché la persona non usciva fuori dai confini dell’Unione europea. Da metà gennaio ‘21 – continua Schiavone – il Tribunale di Roma dichiara illegale questa prassi e la sua applicazione cessa”. Siamo appena all’inizio, Trieste diventa laboratorio della destra più risoluta sulla questione migranti. Eppure già questa storia è talmente incredibile da diventare oggetto di un film di Andrea Segre del 2022, “Trieste è bella di notte”.
Dal 2022 la nuova strategia tenta di trasformare Trieste in una città impraticabile per i migranti
Laboratorio perché? “Perché questa vicenda – ci risponde Schiavone – ci dice che da tempo qui ci si accanisce verso chi arriva dalla rotta balcanica: l’obiettivo è limitare l’accesso al diritto di asilo, l’accoglienza, evitare addirittura di raccogliere le domande”. Dopo le sentenze di Roma, arriviamo all’agosto del ‘22, la prima strategia, quella del “tutti indietro” viene sostituita da quella che chiameremo “tutti avanti”. In che senso? “Nel senso che da agosto ‘22 l’obiettivo diventa rendere il territorio materialmente impraticabile: presentare domanda d’asilo da solo per un migrante diventa difficilissimo. Si crea una situazione di confusione totale. Visto che un’ampia maggioranza di migranti vuole proseguire il viaggio verso altri paesi e considera Trieste solo una città di passaggio, l’azione istituzionale cerca di spingere tutti, anche chi vorrebbe restare, ad andarsene altrove. Per farlo si blocca l’azione di accoglienza, si allungano i tempi di presentazione della domanda, si confida nel fatto che le persone, abbandonate sulla strada in condizioni di vita estreme, decidano di andarsene”. E il silenzio della ragione genera mostri come il rogo della notte scorsa, in cui persone abbandonate a se stesse, private di forme di accoglienza sempre più ostacolate, muoiono bruciate prima ancora di riuscire a scappare da Trieste. Anime in transito trattate come fantasmi.
Oltre 10 mila migranti all’anno arrivano a Trieste
Cosa si può fare contro questo disegno? “La postura dell’amministrazione – riflette Schiavone – ha spinto le associazioni a registrare le domande di asilo e praticare accoglienza. Un impegno che ha riguardato nel tempo numeri elevatissimi: ogni anno migliaia di persone chiedono asilo a Trieste. Sono numeri notevoli, se consideriamo anche quelli in transito. Di fatto noi insieme a tutta la rete dell’accoglienza ci occupiamo di non meno di 10 mila persone all’anno, la maggior parte di passaggio”.
Un’ossessione contro i migranti che è persino peggiorata quest’anno. “Questa ossessione di contrastare l’accesso alle domande, alla procedura e all’accoglienza è peggiorata da quando è entrato in attuazione il patto europeo del giugno scorso, 2026. Da allora – ci spiega Schiavone – è stata tentata l’applicazione prevista dalle procedure dell’Ue che è particolarmente restrittiva e riduce fortemente le garanzie dei richiedenti asilo, introducendo tempi draconiani per i ricorsi. La chiamano procedura di frontiera, dovrebbe essere applicata solo alla frontiera esterna dell’Unione europea e agli sbarchi. Il confine italo-sloveno è, ovviamente, interno alla Ue, quindi non sarebbe possibile applicare questa procedura, ma la commissione territoriale triestina ha deciso di farlo, inseguendo il solito scopo: dissuadere le persone dal presentare a Trieste la domanda di asilo con l’obiettivo, ancora una volta, di desertificare il territorio. Di nuovo con procedure illegali visto che quella procedura non è applicabile alla frontiera interna e tutti coloro che sono riusciti finora a fare ricorso, 40 casi, hanno tutti vinto in tribunale”.
Schiavone, ICS: “Il sistema grottesco alla frontiera: sperpero di uomini e mezzi”
Il quadro è chiaro: forzature continue e violazione sistemica delle norme. Basta guardare quel che accade alla frontiera. “Al confine – denuncia il direttore dell’ICS – è solo un enorme sperpero di denaro: centinaia di agenti distolti da altre attività, messi lì a guardare il vuoto. Si lascia intendere che il sistema ostacoli l’ingresso di coloro che chiedono asilo, ma ovviamente questa pratica è illegale perché chi chiede asilo alla frontiera deve poter entrare. Si lascia intendere di poter fare ciò che è proibito. Il tutto in un quadro in cui ci sono cinque valichi internazionali superpresidiati e una miriade infinita di strade e stradine che attraversano il Carso al confine italo-sloveno dove tutti sappiamo che passano i migranti senza che nessuno controlli. Una cosa grottesca, una vera pagliacciata che distoglie uomini e soldi alle cose importanti”.
Tutte questioni cui si accompagnano episodi come quello uscito su molti giornali la scorsa settimana, in cui si parlava di orari contingentati per la distribuzione di aiuti umanitari in una piazza, al fine di non disturbare lo “struscio nel weekend”. “Fa parte della guerriglia quotidiana. Anche se la distribuzione di pasti non può essere trattata come una manifestazione e anche se venisse sospesa per un gravissimo motivo bisognerebbe deciderlo per un solo giorno. E invece è un mese che l’attività è limitata negli orari 18-20 dal lunedì al venerdì per motivazioni incredibili dal punto di vista morale e giuridico – sbotta Schiavone –: garantire il libero intrattenimento dei cittadini. Di fatto come se si dicesse ‘Non è bello vedere queste cose’. Tutto è sempre sopra le righe, esasperato, persino difficile da capire”.
Schiavone: “Le persone bisogna lasciarle per strada, creare disagio, solo di questo vive la destra cittadina”
Già, davvero difficile da capire. Perché questo estremismo? “Un solo obiettivo, cercare di limitare gli ingressi dalla rotta balcanica. Non riuscendoci, disperdere le persone che arrivano. Perché il vero nemico è colui che, nel rispetto della legge, chiede asilo a Trieste e non vuole spostarsi altrove. E quello che possiamo fare noi per contrastare tutto ciò sono solo azioni legali: contro i respingimenti, per le domande d’asilo, adesso per queste decisioni assurde sugli orari della distribuzione dei pasti. Senza alcun tipo di dialogo perché la volontà è tenere alto il livello della tensione. Abbiamo chiesto di attivare dormitori, servizi mensa in collaborazione con le istituzioni – tutto ciò che capitava prima del 2020 dove il modello Trieste era all’avanguardia –, ma adesso non ci sono margini. La politica – ammette sconsolato Schiavone – vive di questo, la soluzione del problema per loro è il problema: perché senza il ‘problema’ dei migranti si resta completamente privi di elementi di propaganda. Le persone bisogna lasciarle per strada, creare disagio, solo di questo vive la politica della destra cittadina”. Parole che fanno rabbia oggi che due di quegli esseri umani lasciati per strada a fini di propaganda ci hanno rimesso la vita.
Marega, Cgil Trieste: “La deriva è politica e umanitaria”
“Trieste non dovrebbe essere governata solo seguendo una logica emergenziale. Temi come l’accoglienza e l’immigrazione avrebbero bisogno di soluzioni curate. Questa amministrazione comunale, ma anche la regionale e il governo nazionale – attacca Massimo Marega, segretario generale della Cgil provinciale – sfruttano il tema dell’immigrazione, seguendo strategie che niente hanno a che fare con la soluzione del problema”.
Quali sono secondo la Cgil le cause di questo quadro? “Il vero problema sono le questioni anche ideologiche che fanno riferimento alle famose rendite di posizione che la politica nazionale cavalca – dice Marega –. Qui nasce la strategia di negare formalmente il diritto di entrare nei nostri confini anche a chi quel diritto lo avrebbe. E poi si aggiunge un tema morale ed etico: la deriva politica e umanitaria, quel volersi girare dall’altra parte di fronte a un problema. Trieste ne è uno degli epicentri considerata la sua posizione al confine orientale. Qui le persone continueranno a entrare e continueranno a ingenerare altre problematiche se non accolte e governate, perché di fronte alla disperazione i reati per far fronte alla propria sussistenza aumentano”.
Come combattete contro tutto questo? “La battaglia vera della Cgil – ci risponde il segretario – non è solo sostenere le associazioni, ma provare a guardare oltre l’aiuto solidaristico. Tanta parte della società è con noi. Cito anche il monito del vescovo Trevisi che ha riportato al centro il tema e ha denunciato come, in una società come questa, non aiutare che è in miseria non risponde al dovere delle istituzioni e agli aspetti morali ed etici”. Le amministrative sono alle porte, si voterà in primavera. Un’occasione su cui tutte le forze di opposizione in città, Cgil in testa, puntano perché si chiuda, una volta per tutte, il laboratorio della destra xenofoba a Trieste.
























