La scorsa settimana, presso il ministero delle Imprese, è stato presentato il progetto dell’Hyperscale data center che Rai Way realizzerà a Pomezia (Roma). Commentato con grande favore dal ministro Adolfo Urso, il nuovo data center si pone come un asset strategico del servizio pubblico, con l’obiettivo di rafforzare il ruolo di player infrastrutturale, supportare l'evoluzione digitale del Paese e contribuire a incrementare la capacità di gestione dei dati distribuiti sul territorio nazionale, in una prospettiva di autonomia tecnologica.

In passato la categoria di cui lei è segretario generale – Slc Cgil – ha fortemente criticato l’approccio del governo su Rai Way. Come commenta gli ultimi avvenimenti?

Qualche tempo fa l’allora amministratore delegato della Rai, Carlo Fuertes, aveva definito Rai Way un ‘ferrovecchio’, per cui prima si fosse trovata una soluzione e meglio sarebbe stato. Fa piacere scoprire che, invece, oggi il ministro Urso si sia accorto delle grandi potenzialità strategiche dell’azienda. Meglio tardi che mai. Occorre considerarla come un tassello importantissimo nella costruzione di un'infrastruttura digitale del Paese, sia come data center sia per quello che concerne il ramo della Swa (Secure web authentication).

Le affermazioni del ministro Urso possono essere interpretate come un preludio a un cambio di passo rispetto al futuro di Rai Way?

Il ministro sembra riconoscere il ruolo strategico centrale che la galassia Rai dovrebbe continuare ad avere. Tuttavia si continua a procedere – seppur di proroga in proroga – sul percorso per la fusione tra Rai Way ed Ei Towers, company privata che si occupa di infrastrutture radio e tv, che entrerebbe a gamba tesa nella gestione di quello che dovrebbe essere il servizio pubblico. Il progetto sulla carta esiste ancora, ma sono stati prorogati di sei mesi i termini del Memorandum of understanding relativo all’eventuale aggregazione, in scadenza a settembre 2025. E dunque è nuovamente in scadenza. Noi lo abbiamo sempre detto: è un’operazione poco chiara – un osservatore malizioso direbbe ‘per fare cassa’ – e per portare a casa un abbozzo di piano industriale della Rai, che nel frattempo sta morendo, grazie alle ‘amorevoli’ cure di questa governance di centrodestra.

Quali sono i rischi se la fusione andrà avanti?

Nel 2031 è previsto lo switch off del digitale terrestre, ma si fa fatica a vedere un abbozzo di piano industriale. Il problema è che poi di quest’eventuale nuova azienda si dovrà stabilire la governance. Ma la fusione implica che le quote di proprietà del ministero dell’Economia andranno a diluirsi sempre di più. Abbiamo già la prova provata di quanto accaduto con FiberCop, dove il ministero controlla il 17 per cento, ma dall’altra parte ci sono quote forti, come il Kkr che detiene il 30. Visto che non mi pare sia stato un esempio di successo, eviterei di perdere un altro pezzo importante di servizio pubblico.

A che punto siamo con l’Hyperscale data center di Pomezia?

Il progetto c'è, sta andando avanti e rientra nel piano di diversificazione strategica ed evoluzione delle infrastrutture digitali implementato da Rai Way, in coerenza con il processo di trasformazione della Rai in una digital media company. Almeno sulla carta. Ma a maggior ragione per questo crediamo che perdere il controllo di questi asset sia controproducente, se non proprio negativo. Così finiranno di massacrare del tutto la Rai. Se noi continuiamo a vendere le nostre infrastrutture a soggetti della finanza internazionale, poi non potremo stupirci se gli interessi infrastrutturali del Paese verranno sempre dopo quelli ‘aziendali’. Del resto abbiamo a che fare con fondi di investimento, non con opere pie. Fanno il loro mestiere: se metti Winnie the Pooh a fare l'amministratore delegato dell'Ambrosoli, qualche cucchiaiata di miele la mangerà.

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