Pensioni: tra tagli, allungamento della speranze di vita e finestre mobili per l’uscita si rischia di lavorare fino a 49 anni con perdite fin oltre i 273 mila euro. Sono questi i dati allarmanti contenuti nell’analisi dell’Osservatorio previdenza Cgil presentati oggi (8 maggio) nell’ambito dell’iniziativa della Fp Cgil alla Camera dei deputati “Pensioni pubbliche sotto attacco. Basta penalizzare il lavoro pubblico”.
Tagli permanenti
Nel dettaglio il taglio complessivo – che riguarda una platea di 700 mila persone iscritti alle gestioni Cpdel, Cps, Cpi e Cpug – determinato dalla revisione delle aliquote di rendimento arriverebbe a quasi 33 miliardi di euro nel periodo 2024-2043. Un taglio che determina riduzioni permanenti estremamente pesanti dell’assegno pensionistico: fino a oltre 6 mila euro annui per retribuzioni da 30 mila euro, oltre 10 mila euro annui per retribuzioni da 50 mila euro e oltre 14 mila euro annui per retribuzioni da 70 mila euro. Le perdite economiche complessive lungo l’intero periodo di pensionamento possono partire da 17 mila euro fino arrivare a oltre 273 mila euro. Una norma retroattiva, che il sindacato ritiene incostituzionale e per cui ha già avviato ricorsi legali in tutta Italia.
Cgil ed Fp: Scelte sbagliate e inique
Per la Cgil e la Fp Cgil, come si spiega anche in questo video, “siamo di fronte a una scelta profondamente sbagliata e iniqua, che interviene retroattivamente sui contributi già versati, modifica le aspettative previdenziali costruite in decenni di lavoro e scarica sui dipendenti pubblici il costo dell’equilibrio finanziario del sistema”.
A questi tagli si aggiunge il progressivo allungamento delle finestre mobili introdotto dalla legge di bilancio 2024. Per i dipendenti pubblici iscritti alle gestioni interessate la finestra passa infatti dai precedenti 3 mesi fino a 9 mesi nel 2028, determinando uno slittamento ulteriore dell’uscita dal lavoro.
L’analisi sottolinea come oltre ai tagli effettuati nei confronti dei lavoratori pubblici, delle gestioni sopra indicate, la legge di bilancio 2026 non abbia bloccato in alcun modo il meccanismo di adeguamento automatico dei requisiti pensionistici alla speranza di vita. Il governo ha infatti deciso soltanto di ridurre temporaneamente l’impatto previsto per il 2027, limitando l’aumento a 1 mese. Tuttavia, già dal 2028 l’incremento tornerà pienamente operativo con un aumento complessivo di 3 mesi.
Secondo le stime elaborate dalla Ragioneria generale dello Stato nel Rapporto pubblicato a gennaio 2026, gli incrementi proseguiranno progressivamente in ogni biennio, determinando un costante innalzamento sia dell’età pensionabile sia dei requisiti contributivi per la pensione anticipata.
Effetti pesanti nel pubblico impiego
Nel pubblico impiego tali effetti rischiano di risultare ancora più pesanti, poiché il combinato disposto tra taglio delle aliquote, finestre mobili e adeguamento alla speranza di vita produrrà un progressivo allungamento della permanenza al lavoro anche per coloro che hanno iniziato l’attività lavorativa in giovane età e che, nonostante oltre quarant’anni di contributi, saranno costretti a rimanere ulteriormente in servizio per evitare penalizzazioni permanenti sull’importo della pensione.
Inoltre, Cgil ed Fp Cgil, sottolineano che di fatto tutte le lavoratrici e lavoratori non solo dovranno attendere più tempo per andare in pensione, ma saranno costretti anche a subire una doppia penalizzazione economica: da un lato il rinvio dell’accesso alla pensione dovuto all’aumento dei requisiti contributivi e dell’età pensionabile; dall’altro la riduzione dell’importo della pensione attraverso coefficienti di trasformazione meno favorevoli determinati proprio dall’adeguamento alla speranza di vita”.
Più tempo al lavoro
L’effetto concreto, si evince dallo studio, è un vero e proprio allungamento della permanenza al lavoro anche per chi ha iniziato a lavorare giovanissimo. Le simulazioni elaborate dall’Osservatorio previdenza Cgil mostrano infatti casi di lavoratrici e lavoratori che saranno fortemente penalizzati da questo sistema.
Un esempio: un lavoratore nato nel 1968 inizia a lavorare nel 1987, a 19 anni. Il requisito per la pensione anticipata viene perfezionato nel 2030, con 43 anni e 4 mesi di contributi. Tuttavia, per effetto della finestra mobile incrementata di 9 mesi, l’uscita effettiva si sposta al 2031, con 44 anni e 1 me-se di lavoro. Se il lavoratore volesse evitare il taglio delle aliquote di rendimento, dovrebbe attendere la pensione di vecchiaia, raggiungibile nel 2036 a 67 anni e 10 mesi, arrivando così a 49 anni e 2 mesi complessivi di attività lavorativa.
Colpito anche il personale sanitario
Non cambia molto per il personale sanitario. Anche il meccanismo di salvaguardia introdotto dalla normativa, basato sul prolungamento dell’attività lavorativa di almeno tre anni ulteriori rispetto al requisito della pensione anticipata, comporterebbe comunque il raggiungimento di anzianità lavorative pari a 46 anni e 6 mesi, 46 anni e 7 mesi e 46 anni e 10 mesi di attività, pur di evitare la penalizzazione economica sulla pensione. Una condizione particolarmente grave in settori caratterizzati da elevato stress lavorativo, turnazioni e carichi fisici e psicologici rilevanti.
Le proposte di Cgil ed Fp
Per correggere una situazione ormai divenuta insostenibile Cgil e Fp hanno lanciato una serie di proposte. La prima è quella di rivedere l’adeguamento automatico delle pensioni all’aspettativa di vita. Un sistema che porta le persone ad andare in pensione sempre più tardi e con un importo ridotto.
Altra importante richiesta è quella di istituire la cosiddetta “pensione di garanzia”: una pensione adeguata a garantire una vita dignitosa a tutte quelle persone che hanno avuto una carriera discontinua, precaria e con retribuzioni basse. C’è poi la questione dei lavori gravosi e usuranti per cui in sindacato chiede la possibilità di pensionamento anticipato. Altra richiesta è che il contributo al fondo di previdenza integrativa dato dall’amministrazione venga ampliato calcolandolo sull’intera retribuzione e non solo su una parte, il trattamento base, come avviene oggi.
“È poi necessario – commentano – garantire il pagamento del Tfs/Tfr in tempi certi e brevi. Non è possibile aspettare anni per ricevere i propri soldi”. In merito, il sindacato propone di potenziare le strutture dell’Inps che si occupano della liquidazione del Tfr per contrastare i ritardi. Infatti, se i tempi previsti dalla legge sono di 6 mesi, oggi i tempi effettivi superano i 24 mesi. Ma più in generale si rivendica la necessità di attuare un piano straordinario di assunzioni nella Pa per far fronte ai circa 700.000 pensionamenti previsti nei prossimi 15 anni e di rinnovare i contratti collettivi nazionali di lavoro del Pubblico Impiego.
Per la Cgil e la Fp Cgil, concludono, “è necessario aprire immediatamente un confronto per superare norme ingiuste che penalizzano il lavoro pubblico, aumentano l’età reale di uscita dal lavoro e riducono progressivamente il valore delle pensioni future di chi ha già lavorato e versato contributi per oltre quarant’anni.






















