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Un referendum per decidere quanti cittadini possano essere presenti in un Paese. A promuoverlo è stata l'Unione democratica di centro (Udc), il principale partito della destra nazionalista svizzera, che ha evidentemente un bersaglio ben preciso: l'immigrazione.
Il prossimo 14 giugno, quindi, la Svizzera sarà chiamata a votare un quesito che punta a fissare un tetto massimo di 10 milioni di abitanti entro il 2050. Oggi la Confederazione conta circa 9,1 milioni di residenti. La scelta di usare lo strumento referendario è quasi scontata. Dal 1848, anno in cui la Svizzera passò da essere una confederazione di cantoni a uno Stato federale, sono stati indetti 670 referendum a livello nazionale e altre centinaia a livello cantonale e locale.
L’immigrazione il vero bersaglio
Dietro la formula del “contenimento demografico”, però, c’è soprattutto una stretta sull’immigrazione. Il testo, nato da un’iniziativa popolare che ha raccolto oltre 100mila firme, apre la strada a restrizioni su ingressi, asilo e ricongiungimenti familiari, fino alla possibile revisione degli accordi di libera circolazione con l’Unione europea.
Negli ultimi venticinque anni la Svizzera ha registrato una forte crescita della popolazione, sostenuta anche dalla domanda di lavoro di un’economia ad alta specializzazione e con salari molto elevati. Oggi gli stranieri rappresentano il 27% dei residenti, una delle percentuali più alte d’Europa.
La destra svizzera utilizza questi numeri per alimentare la sua campagna xenofoba, sostenendo che l’aumento della popolazione stia mettendo sotto pressione case, infrastrutture e servizi pubblici. E il referendum s'inserisce in un clima europeo sempre più segnato dalla chiusura verso i migranti e dal rafforzamento delle destre nazionaliste.
L'iniziativa del caos
A contrastare la proposta ci sono, però, il governo federale, gran parte del Parlamento, così come il mondo economico. Fortemente contrario anche il sindacato Unia, che si sta battendo in maniera veemente contro quella che viene definita “l'iniziativa del caos”. Pure le associazioni imprenditoriali hanno avvertito che limitare l’immigrazione rischierebbe di colpire direttamente il mercato del lavoro, che dipende in larga misura dalla manodopera straniera. E diverse multinazionali con sede nel Paese hanno espresso preoccupazione per le possibili conseguenze economiche, temendo carenze di personale e un indebolimento della competitività svizzera.
Il No della Cgil
“È un'iniziativa che mina i diritti fondamentali, indebolendo la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori migranti, compresi quelli provenienti dai Paesi Ue - commentano Maria Grazia Gabrielli,
segretaria confederale e Salvatore Marra, coordinatore dell'Area politiche europee e internazionali della Cgil -, e che metterebbe a rischio accordi chiave con l’Unione europea”.
Per il sindacato italiano, il sì determinerebbe “nuove forme di ingiustizia sociale, a danno soprattutto delle lavoratrici e dei lavoratori che verrebbero considerati esclusivamente come manodopera temporanea con diritti limitati. Un ritorno a vecchie logiche di esclusione e discriminazione che la Svizzera ha già conosciuto in passato e che si ritenevano definitivamente superate”.
La Cgil critica quindi “la logica xenofoba che è alla base dell’iniziativa, in una prospettiva generale di rispetto dei diritti e della dignità delle persone migranti”.
Dietro l'iniziativa del caos, concludono Gabrielli e Marra, c'è “ancora una volta la consueta retorica contro i migranti, considerati responsabili dei problemi delle società occidentali in termini di sicurezza e percepiti come concorrenti nell’accesso al welfare. Una retorica che tenta di contrapporre i lavoratori tra loro sulla base della cittadinanza o del colore della pelle. Invitiamo a votare No.”


























