Sono trascorsi dieci anni dal terremoto che nel 2016 ha sconvolto l’Appennino centrale. Dieci anni che non sono solo un’occasione per ricordare e scattare una fotografia della mera ricostruzione, ma per osservare come si è trasformato il territorio e rilanciare idee e proposte. È quello che fa la Cgil con una piattaforma e una vertenza presentate il 27 ottobre nel corso dell’iniziativa “2016-2026 Sisma Centro Italia 10 anni dopo. Ricostruzione, lavoro e sviluppo socio-economico”.

Il diritto a restare

“A dieci anni dal sisma, la sola ricostruzione materiale ed edilizia non è più sufficiente – dichiara Stefania Filetti, segretaria confederale della Cgil -: dobbiamo passare a una vera e propria riparazione economica e sociale che garantisca il diritto a restare e a lavorare in sicurezza nei nostri territori. Non possiamo misurare il successo delle politiche pubbliche soltanto in metri cubi ripristinati o in spesa autorizzata. Il parametro fondamentale deve essere la tenuta demografica, occupazionale e sociale delle comunità”.

A oggi la macchina della ricostruzione materiale ha superato la fase puramente emergenziale: quella privata ha registrato oltre 36 mila domande per circa 17,8 miliardi di euro richiesti, con quasi 12,6 miliardi già concessi. Quella pubblica continua a mostrare ritardi profondi con due terzi delle opere programmate bloccate nelle fasi antecedenti l'avvio dei cantieri, con punte elevatissime in alcune aree.

Emorragia sociale

Nonostante che in questi anni siano state investite ingenti risorse, però, quei territori stanno vivendo un’emorragia sociale profonda. Tra il 2021 e il 2024 la popolazione del Cratere, 138 comuni e 540 mila abitanti, ha registrato un differenziale demografico negativo del 2,3 per cento rispetto ai comuni di controllo (quelli presi come riferimento statistico). E nei centri maggiormente colpiti del Cratere ristretto (44 comuni tra cui Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto), la contrazione ha toccato punte del meno 15,6 per cento.

Sisma 10

I dati emergono dalla ricerca Sisma 10 realizzata dal centro studi Ecologie del post-terremoto Aps, secondo la quale esiste una correlazione diretta tra l'intensità del danno e la depressione demografica: la semplice erogazione di risorse straordinarie e l'apertura dei cantieri non bastano a frenare l'esodo nelle aree più colpite, se non sono accompagnate da politiche abitative, sociali, economiche e occupazionali stabili e di lungo respiro.

La gestione post-sisma

E la gestione post-sisma non è stata un argine, ma un acceleratore del declino. Il nodo critico non è quindi la quantità di risorse in sé, ma la loro stabilità e l’equa collocazione e distribuzione: i flussi finanziari importanti non si traducono automaticamente in benessere condiviso, anzi. Spesso acuiscono le disuguaglianze e la polarizzazione sociale.

“Da un lato la contrazione delle opportunità lavorative e dei servizi penalizza fortemente i giovani e i giovani adulti, alimentandone l'esodo – scrivono i ricercatori nel report -. Dall'altro, la progressiva rarefazione del tessuto comunitario acuisce la solitudine e l'isolamento della popolazione anziana rimasta nei borghi, priva di adeguate reti familiari e sociosanitarie di supporto, accentuando così le disparità sociali”.

Fuga dei giovani

Il terremoto del 2016, infatti, non si è abbattuto su un territorio neutro, ma è stato il drammatico acceleratore di fragilità storiche già presenti: fuga dei giovani, invecchiamento demografico e smantellamento dei servizi essenziali. Problemi che affliggono le aree interne dell'intero Paese. La ricerca sul campo mostra anche come il disagio abitativo e sociale si sia drammaticamente cronicizzato nel tempo lungo del disastro.

Non è più l'emergenza dei primi mesi, è una dimensione in cui la provvisorietà rischia di diventare una condanna permanente, dove migliaia di famiglie vivono ancora nelle soluzioni abitative in emergenza o dipendono dal contributo di autonoma sistemazione.

Lavoro precario e a basso reddito

Sul versante del lavoro, mentre da un lato c’è il più grande cantiere d’Europa, l’imponente massa di investimenti non ha generato un ripopolamento stabile: ha creato occupazione temporanea, spesso precaria e a basso reddito, con un lavoratore su tre nelle aree delle soluzioni abitative in emergenza che guadagna meno di mille euro al mese, dimostrando che un modello di sviluppo edilizio di breve respiro non lascia valore reale.

La piattaforma Cgil

La risposta per la Cgil è invece riconoscere il diritto a restare che significa garantire, al tempo stesso, l'opportunità di tornare a chi è stato costretto ad andarsene. Si chiamano resilienza trasformativa e riparazione economico-sociale: un nuovo modello di sviluppo fondato sul lavoro qualificato, sulle economie di prossimità e sul diritto inalienabile di vivere e lavorare in sicurezza nelle aree considerate meno centrali del Paese.

Pilasti programmatici

La piattaforma per la vertenza territoriale del Cratere e delle aree interne del Centro Italia, presentata dal sindacato, è articolata su alcuni pilastri programmatici: governance e trasparenza pubblica, protezione sociale dell'abitare, legalità, sicurezza e qualità del lavoro nei cantieri, un nuovo modello di sviluppo economico, una vera "geografia dei diritti".

Le proposte saranno accompagnate dalla contrattazione sociale e territoriale, che è lo strumento per legare la vertenza della ricostruzione ai diritti, al lavoro e alla giustizia sociale e dalla sinergia confederale e di una rete d'azione ancora più forte tra Camere del lavoro, categorie e sistema delle tutele.

“Serve una svolta decisa – conclude Filetti -: stop al lavoro precario e al dumping contrattuale nei cantieri, stop alla desertificazione dei servizi essenziali e supporto concreto alle famiglie meno abbienti travolte dai costi dell'accollo privato legato alla ricostruzione. La nostra è una vera vertenza generale per restituire dignità al lavoro e un futuro sostenibile all'Appennino centrale”.