Ve la ricordate la new town di Berlusconi? L’annunciò arrivò in diretta la sera del 6 aprile del 2009 con una telefonata a Porta a Porta poche ore dopo che il terribile sisma aveva provocato nella provincia dell’Aquila 309 morti, con decine di migliaia di sfollati e ridotto in briciole gran parte della città e alcuni comuni della provincia. Quelle case stanno ancora lì, talvolta nel degrado e spesso abitate da persone fragili: cittadini stranieri e famiglie svantaggiate.

Stanno lì insieme a quelle che potremmo definire le “new schools”: edifici provvisori, Musp, che vorrebbe dire “Moduli ad uso scolastico provvisorio”, e che però di provvisorio non hanno nulla, se è vero, ci dice Miriam Del Biondo, segretaria generale della Flc aquilana, che “non solo stanno ancora lì e accolgono studenti e studentesse, ma che il sindaco, esponente di Fratelli d’Italia, ha detto che nessuna scuola sarà ricostruita in centro”.

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Un’emorragia dolorosa

Peccato però che in centro due scuole sono state ricostruite, ma private e religiose, mentre in città “la gentrificazione procede veloce, e la ricostruzione ben avviata riguarda solo l'asse centrale. Le abitazioni sono costosissime, molte sono state trasformate in b&b e affidate ad agenzie per la ricettività”, chiosa amaramente la sindacalista.

Se questo avviene in una città come L'Aquila, come ci si può meravigliare che aree ben più interne dell’Abruzzo dove mancano spesso anche i servizi basilari si spopolino e le scuole, come risulta dagli ultimi, drammatici dati, perdano studenti e studentesse ogni anno? I numeri resi noti dall’Ufficio scolastico regionale e che riguardano l’anno scolastico 2024-25 sono allarmanti: la provincia perderà ben 550 alunni. Ma se osserviamo l’intero Abruzzo a mancare all’appello saranno in tutto in 2.849: in dieci anni la regione ha perso 20 mila tra ragazze e ragazzi, 6.500 solo nell’ultimo triennio. Openpolis ha calcolato che nei prossimi 10 anni la regione perderà 110 mila residenti e le persone di almeno 80 anni sono destinate ad aumentare del 30%.

Agire sulle cause dello spopolamento

Un problema per la scuola, “ma non della scuola – come tiene a specificare Del Biondo –. Bisogna agire sulle cause dello spopolamento, a partire dai servizi di base come i trasporti o le piccole attività produttive che nelle piccole realtà spesso sono venuti meno. A Pescasseroli, ad esempio, la comunità si è mobilitata per il ripristino del servizio del 118 ed è emblematico il fatto che l’istituto scolastico riusciamo a mantenerlo da anni, ma in deroga perché ha ‘solo’ 200 alunni e già si era fuso con quello di Villetta Barrea. Se non ci fosse, le famiglie avrebbero una grande difficoltà, viste le distanze e le strade di montagna, a portare i propri figli a Castel di Sangro o nei paesi della Marsica”. Il rischio evidente è quello di una vera e propria desertificazione sociale.

Il sisma come amplificatore

La sfida di una piccola comunità montana e l’importanza della scuola che resiste in questi contesti è stata portata proprio in questi giorni alla ribalta dal film di Riccardo Milani, Un mondo a parte, con Antonio Albanese e Virginia Raffaele. Ma queste situazioni sono assai diffuse in Abruzzo e in generale nelle aree interne dell’intero Paese. Ed è per questo, spiega ancora la sindacalista, che “il sisma ha amplificato fenomeni che erano già in corso, come la denatalità, e ha reso più veloci i fenomeni di abbandono e spopolamento. Tanti paesi non sono stati ricostruiti e dopo il sisma molti stranieri, che avevano iniziato a ripopolarli se ne sono andati, sia per la mancanza di lavoro sia, appunto, per le difficoltà abitative, comprese le scuole fatiscenti”.

La crisi anche economica e di personale dei piccoli comuni ha ricadute pesanti sulla scuola: “Gli enti locali sono allo stremo – sottolinea la leader della Flc provinciale – e magari preferiscono arrivare ad accorpamenti, perché è meno costoso mantenere un servizio di trasporti piuttosto che tenere in piedi una scuola con pochi bambini”. Ma questo può avere ricadute pesanti sulla didattica.

E poi due macigni incombono su una situazione di per sé così complessa: dimensionamento scolastico (in provincia sono stati tagliati tre istituti) e autonomia differenziata, mentre provvedimenti una tantum e spot come Agenda Sud non risolvono quelli che sono problemi strutturali. “Il dimensionamento lo abbiamo contrastato in tutti tavoli – attacca la dirigente sindacale – ma qui la politica locale, con Regione e Comune dell’Aquila nelle mani del centro-destra, è totalmente allineata con le scelte del governo nazionale. È una partita molto difficile. È questa la nostra preoccupazione: non abbiamo interlocutori politici istituzionali con cui condividere le nostre battaglie e teniamo che dimensionamento scolastico e autonomia differenziata possano rappresentare il colpo finale per la nostra provincia”.

Scuole che resistono

Tutti problemi che Antonio Lattanzi, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo Cesira Fiori di San Demetrio-Rocca Di Mezzo conosce bene e di cui vede gli effetti nella pratica quotidiana di chi deve garantire – facendo i conti con i numeri – una didattica adeguata. L’istituto conta 6 plessi in 12 diverse amministrazione comunali. Il più piccolo è quello di Fontecchio (300 abitanti, 700 metri di altezza) che ha 18 studenti nella scuola dell’infanzia e 25 nella primaria. Con questi numeri si è costretti alle pluriclassi, cioè a tenere insieme bambini e bambine di età diverse, il che non è sempre semplice anche se, osserva, il dirigente, “grazie all’organico del potenziamento riusciamo a differenziare in gruppi un po’ più omogenei, almeno per le discipline di base”.

In questi cicli, continua, “le pluriclassi funzionano abbastanza bene, purché non si esageri con gli accorpamenti. Mentre è gravissimo quando si arriva alle medie, dove i programmi sono più diversificati, e purtroppo nella nostra provincia accade, ad esempio a Capestrano”.

Sotto accusa, da questo punto di vista, il decreto 81 del 2009 che stabilisce le soglie minime per la formazione delle classi, ma in maniera uniforme sul piano nazionale, senza tener conto dei diversi contesti e che per questo, attacca Lattanzi, “va cambiato”.

Politiche diverse per la scuola

Nei comuni di montagna una prima classe alle primarie viene autorizzata se hai un minimo di 10 bambini, ma ci sono paesi in cui ci sono 25 bambini in tutto. Per legge devi allora formare una pluriclasse, in cui mettere insieme alunni di età anche molto diverse tra loro e per averne una seconda e differenziare un po’ meglio per le età devi arrivare a 18. Una soglia, questa, aumentata dalla Gelmini: prima bastava averne 12.

Fontecchio resiste, ma plessi di questa dimensione sono sempre a rischio. “Magari in una grande città se chiude una scuola in qualche modo si può ovviare – aggiunge il dirigente scolastico – ma in un caso come il nostro sarebbe un dramma. Da noi vengono alunni da tanti paesini, Acciano, Tione Degli Abruzzi, Fagnano, con tutte le loro frazioni. Se non ci fossimo noi tutte le mattine dovrebbero andare nella sede di San Demetrio con tempi di percorrenza considerevoli e grandi disagi per i bambini anche molto piccoli e le loro famiglie”. Insomma: “C’è bisogno di politiche diverse per la scuola che salvaguardino piccoli plessi anche con numeri ridotti, e che non costringano tutti in una pluriclasse con troppe fasce di età e dunque con ricadute assai negative sul piano della didattica”.

Alla fine il problema è sempre quello, conclude Lattanzi: “Abbiamo bisogno di risorse per far lavorare meglio insegnanti e personale Ata, per tenere aperte le scuole anche il pomeriggio. Le risorse straordinarie legate ad Agenda Sud e Pnrr aiutano, ma si stanno esaurendo. Sulla scuola bisogna investire, non tagliare”.