Il 22 giugno 1996 nasce la Slc Cgil, il sindacato dei lavoratori della comunicazione. Erano gli anni della Sip, della tv generalista contro le “reti del biscione”, dei giornali stampati in milioni di copie e degli uffici postali come presidio di prossimità. Un mondo molto diverso da quello di oggi, in cui parole come “rete” cominciavano a fare capolino, così come i primi telefoni cellulari. Ma forse nessuno avrebbe potuto mai immaginare cosa saremmo diventati solo trent’anni dopo, quanto profonde quelle trasformazioni sarebbero state.
“Proprio in quegli anni la convergenza tecnologica comincia a far avvicinare sempre di più il processo e il prodotto”, osserva Riccardo Saccone, segretario generale Slc Cgil: “I contenuti e le opere dell’ingegno diventano sempre più indissolubilmente legati alle reti e ai mezzi”. La convergenza oggi è imprescindibile e rappresenta, insieme all’intelligenza artificiale, la vera sfida che il mondo del lavoro si trova a fronteggiare: “Trent’anni fa la Cgil ebbe non solo un’intuizione, ma la lungimiranza di un’analisi accurata su ciò che, di lì a poco, avrebbe completamente sconvolto tutti i processi produttivi”.
Oggi, la Slc rappresenta migliaia di lavoratori e lavoratrici in settori molto diversi tra loro: dai call center all’editoria, dagli attori a Poste Italiane, dalle emittenti televisive alle telecomunicazioni. Un universo complesso e variegato, accomunato dall’imperativo della transizione digitale. La grande sfida per i prossimi trent’anni è governarla, provando a intercettare quelle nuove professionalità oggi orfane di diritti e tutele, per dare loro una giusta rappresentanza. Un lavoro quotidiano di riconoscimento reciproco, che la Slc Cgil prova a mettere in campo attraverso gli strumenti della contrattazione, del dialogo con le istituzioni e dell’azione sul territorio.
Ma tra le urgenze che vedono la Slc in prima linea c’è anche quella della Rai, un servizio sempre meno pubblico, da anni preda di lottizzazioni e logiche di potere che l’hanno progressivamente svuotato di senso, oltre a erodere il potere contrattuale di lavoratrici e lavoratori, molti dei quali precari da decenni. “Non vorrei – avverte Saccone – che la missione segreta di questa governance sia di trasformare il servizio pubblico in tv di Stato perché questo avviene solo nei regimi illiberali”.






















