Mi piace intervenire in questa discussione aperta da Pennacchi, Archibugi e Reviglio: pochi i luoghi di confronto e spesso non sono sul merito. Condivido i richiami a esperienze passate, al New Deal ad esempio, anche se va detto che lo richiamiamo da tempo ma senza riuscire a declinarlo con una nostra interpretazione nazionale. La crisi che si apre è talmente grande che per superarla servono nuove proposte, il meglio dei modelli che hanno funzionato in passato, ma soprattutto nuovi attori sociali che sostengano i progetti.

Il New Deal coinvolse per nove anni tre milioni di cittadini disoccupati (Civilian Corservation Corps) nella messa in sicurezza idrogeologica e infrastrutturale del territorio ,un’opera immensa. Lo Stato diede indirizzi a sindacati e imprese e fornì progettualità attraverso la Public Works Administration, un'agenzia destinata a costruire grandi opere pubbliche (dighe, scuole, ospedali, case popolari). Tutti gli Stati furono elettrificati. L'Agricultural Adjustment Act incentivò gli agricoltori che riducevano i raccolti e gli allevatori che eliminavano l'eccesso di bestiame. La legge Glass-Steagall vietò alle banche commerciali di operare nel settore finanziario, per evitare speculazioni.

Si trattò insomma di un progetto di rinascita che riguardò l'intero assetto economico e sociale degli Stati Uniti. Il motore del New Deal fu lo Stato. E già su questo comincerebbe in Italia un bel trambusto: se lo Stato debba avere, come credo e come accade in altri Paesi europei, in periodi di crisi (ma anche in periodi normali) un ruolo attivo di indirizzo e anche di partecipazione economica, oppure non debba averne alcuno ed essere un mero distributore di risorse.

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Lo Stato ebbe un ruolo attivo per vari decenni nel dopoguerra e con discreti risultati, per poi degradarsi in una gestione troppo clientelare e di potere da parte dell'allora partito dominante e di alcuni suoi alleati. Da allora chi torna a discuterne viene apostrofato come statalista o "soviettista". La verità è che negli ultimi 20 anni il liberismo ha dato pessime prove. Non ha rafforzato il sistema delle imprese, ma soprattutto ha impoverito tutti i servizi universalistici e quella cura del vivere e dell’ambiente che sono essenziali alla qualità dello sviluppo, come il pensiero femminista ed ecologista da anni vanno dicendo. Abbiamo avuto di recente sott’occhio la sanità che, sbriciolata in tutte le strutture pubbliche di base e preventive, e incentrata solo sull’ospedale-azienda, non è riuscita a contrastare efficacemente un’epidemia.

La sfida che abbiamo di fronte oggi ha i tratti di una vera ricostruzione, ma il governo italiano attuale è tutt’altro che forte. Mi aspetto che il sindacato sia capace - come lo è stato in Francia o in Spagna - di mettere attorno a un tavolo i principali soggetti ecologisti e delle associazioni del precariato, per ascoltare e definire insieme proposte comuni. Cosi come ritengo che governo, sindacati, partiti non incrociano le migliori elaborazioni femministe di questi anni sarebbero destinati a innovare pochissimo. Partiamo dai progetti che l’Italia non ha mai concretizzato: riassetto idrogeologico e messa in sicurezza del territorio e del patrimonio abitativo, scolastico e pubblico; il sistema formativo e di ricerca, il 30% delle merci dalla gomma al ferro; i servizi al territorio, alla città e alla persona come sono il ciclo dei rifiuti, i trasporti pubblici, le figure e le strutture sociali per gli anziani, la sanità territoriale.

Progetti che stanno tutti sotto il grande paradigma della cura del vivere. I molti strumenti di coordinamento e task force che il vostro dibattito economico propone mi sembrano sovrabbondanti. Metterei al centro il Consiglio dei ministri. Le principali scelte e i progetti da finanziare li farei scegliere al Parlamento, attraverso un dibattito trasparente e pubblico cosi che ogni forza politica si prenda le sue responsabilità davanti al Paese.

Fulvia Bandoli è stata dirigente dei Ds e di Sinistra ecologia e libertà