In occasione della Giornata Internazionale della donna il Gruppo lavoro donne Silp Cgil ha voluto porre l’attenzione sulla cosiddetta cultura di polizia.

A quasi 80 anni dall’entrata in vigore della nostra costituzione e a quasi 45 anni dall’ingresso delle donne in Polizia ci troviamo ad analizzare lo stato di quel tortuoso percorso alla parità che sembra non avere, oggi, ancora avuto esito positivo. In un contesto socio-politico pervaso da improponibili istanze di inversione di tendenza del ruolo della donna, tutt’altro che favorevoli, nella giornata di oggi sono due le questioni da analizzare. Quanto incide, nel nostro lavoro, l’idea stereotipata del culto della mascolinità?

Ha la Polizia di Stato, in maniera pluralistica, radicato in sé gli strumenti necessari alla creazione di un ambiente che favorisca lo sviluppo professionale delle donne? La risposta ad entrambe le domande, purtroppo, non è incoraggiante.

Vista secondo una lente di genere, la condizione della donna risulta, di fatti, segnata da uno scarto ancora troppo rilevante rispetto alla condizione maschile.Differenziali significativi si registrano non solo al momento dell’accesso alla professione ma, anche e soprattutto, lungo tutto il corso della vita professionale. Si pensi all’utilizzo della gonna quale elemento “specializzante” la divisa ordinaria femminile.Un forte interesse alla differenziazione formale. È evidente!

Ma appare quantomeno paradossale che nessuno si sia accorto di come tale elemento specializzante incida negativamente non solo in fase di selezione concorsuale - il riferimento è ovviamente all’individuazione di tatuaggi che porterebbero all’esclusione della donna se presenti negli arti inferiori, cosa irrilevante per gli uomini - ma anche e soprattutto in termini di operatività.

Chi indossa una divisa, operativa o ordinaria che sia, deve SEMPRE essere in grado di poter operare in sicurezza ed efficacemente. Una gonna, che impedisce concretamente i movimenti, e le scarpe con il tacco rendono alquanto difficile garantire tutto ciò. Così come impossibile appare garantire agibilità e funzionalità operativa se l’equipaggiamento - il riferimento è al GAP e ai sottocamicia balistici prima di ogni cosa - risulta privo di quegli elementi basilari ed essenziali richiesti al fine di garantire la sicurezza di chi opera.

Un giubbotto antiproiettile troppo grande o di taglia errata - che non tenga in debito conto delle differenze morfologiche tra uomo e donna - compromette gravemente la sicurezza non solo di chi lo indossa, esponendo organi vitali, ma anche del/della collega che opera accanto a noi. Difficoltà ad estrarre l’arma in dotazione perché interamente coperta dalla protezione balistica ed impossibilità nei movimenti potrebbero, di fatti, compromettere qualsivoglia azione operativa.

Dove è finita adesso quella differenziazione formale tanto onorata? Il corpo delle donne, evidentemente, interessa solo ai fini rappresentativi. Tutto perfettamente in linea con una visione sessualizzante e discriminatoria. Un’Amministrazione rimasta “cieca” alla specificità femminile. Difficoltà operative per un abbigliamento volutamente inadeguato; difficoltà oggettive legate a particolari momenti (a titolo di mero esempio il ciclo mestruale) manifestatesi in puro e semplice ostruzionismo all’accessibilità di pause brevi per raggiungere uffici di polizia o locali pubblici per la fruizione dei servizi igienici (quando ovviamente ciò non comprometta l’azione operativa in corso).

Lungi da noi voler medicalizzare un momento assolutamente naturale e topico nella vita di una donna, questo però non può e non deve rappresentare un elemento di disagio e di ostacolo al pieno riconoscimento professionale per le donne della Polizia di Stato.

Si pensi, inoltre, alle difficoltà oggettive, volendo richiamare le fasi selettive concorsuali, che una donna si trova a dover superare al momento di dover affrontare prove fisiche - nello specifico il salto in alto - in presenza del ciclo mestruale. Una circostanza che potrebbe compromettere, per ovvi motivi biologici che sarebbe superfluo ricordare, quella prestanza fisica richiesta e di fatto non dirimente con l’operatività richiesta poi in fase operativa.

A questo si aggiunga il trattamento differenziato, in base al genere, nella dotazione organica di uffici a carattere prevalentemente operativo/investigativo dove la presenza maschile è in netta prevalenza. Allo stesso tempo, in alcuni uffici – soprattutto nei settori che trattano codici rossi, minori e vittime vulnerabili – si registra una tendenza ad assegnare tali attività prevalentemente a personale femminile. Questa prassi, pur potendo nascere dall’esigenza di maggiore tutela e presa in carico delle vittime, rischia di tradursi in una disparità di trattamento basata sul genere, sia perché concentra su determinate colleghe un carico specifico, sia perché limita il principio di equa distribuzione delle mansioni.

E come dimenticare tutte le difficoltà connesse alla genitorialità e all’applicazione del D.lgs. 151/2001: un esempio fra tutti, il tema dell’art.42 bis, della citata normativa, che, vincolato al parere del dirigente dell’ufficio di appartenenza, determina effetti deleteri nella gestione delle famiglie, oltre ad una marcata violazione di protezione del diritto preminente del figlio o della figlia minore di tre anni. La realtà logistica rimanda poi ad una assenza, salvo sporadici casi sul territorio nazionale, di asili nido nelle strutture in cui intervengono gli uffici di polizia, la cui ricaduta - in termini diretti anche di aspirazioni ad avanzamenti di carriera - colpisce in via prevalente le donne.

La fruizione dei permessi per allattamento o malattia del figlio/a spesso si trasformano da diritti (tutelanti il/la minore peraltro) in forme di disagio e sensi di colpa a causa della valenza svilente che ad essi viene data di concessione dall’alto, quasi si trattasse di favori subordinati alla discrezionalità della dirigenza. In sostanza la tutela della maternità e l’organizzazione del servizio devono entrambe fondarsi su criteri oggettivi e sul rispetto del principio di pari opportunità, evitando che il genere diventi – in qualunque direzione – un elemento di penalizzazione o di automatica attribuzione di ruolo.

A ben guardare, se oggi pensiamo alla donna della Polizia di Stato a partire dalle primissime fasi selettive in poi, non possiamo che rilevare un estremo bisogno di un intervento riformatore che veda la donna in tutta la sua peculiarità e specificità e nel medesimo tempo garantisca alla stessa una parità di trattamento in ogni singolo aspetto professionale.

Non poteva e non può bastare aprire il mondo del lavoro in Polizia alle donne se ciò non risulti accompagnato da una solida architettura che tenga conto di cosa significhi essere donna. Solo un cambio di prospettiva basato su una visione conoscitiva e mai discriminante, può efficacemente realizzare un ambiente di lavoro all’interno del quale le pari opportunità non rappresentino una possibilità, ma ne costituiscano le fondamenta.