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Tutti pensano che certe tragedie non capitino a loro. Poi ci si chiede come sia possibile non essersi accorti di nulla. Ma è proprio questo il punto: non sempre è possibile riconoscere ciò che sta accadendo, soprattutto quando determinati comportamenti sono normalizzati dalla società. “Se domani non torno” è il film per la regia di Paola Randi che dà voce alla famiglia Cecchettin, mentre fa i conti con un nemico feroce: l’assenza. Basato sul libro di Gino Cecchettin “Cara Giulia”, il film è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma e uscirà nelle sale il 5 novembre.
Paola Randi, nel raccontare la famiglia Cecchettin si è confrontata con un evento di cronaca molto recente. Quanto è stato difficile e cosa l’ha colpita maggiormente in questo incontro?
Quando mi è stato proposto di lavorare alla scrittura del film mi sono ovviamente confrontata con una serie di timori, rispetto al modo in cui avrei affrontato la vicenda. Poi ho letto il libro di Giulio Cecchettin “Cara Giulia” e mi sono resa conto che l’unica chiave per me plausibile sarebbe stata quella dell’assenza. Ne ho parlato anche con Lisa Nur Sultan, coautrice della sceneggiatura, e con il produttore, e da subito ci siamo trovati tutti in sintonia. Poi ho conosciuto la famiglia Cecchettin e sono rimasta colpita dalla gentilezza e dalla misura con cui affrontano tutto, qualità che trovo straordinarie. Elena è un esempio di una lucidità incredibile, lei stessa propone di ridefinire il concetto di forza, associandolo anche alla fragilità, alla delicatezza. Davide aveva diciassette anni quando è successa la tragedia e aveva perso la mamma l'anno precedente, ma dimostra una vitalità e una tempra straordinarie. Sono una bella famiglia, unita, rappresentativa di tantissime famiglie italiane.
L’assenza è la chiave del film, che si concentra sulla perdita, costringendo anche lo spettatore a confrontarsi con il vuoto lasciato da chi non c'è più. Questo suggerisce una riflessione sulla genitorialità, sulla fatica di affrontare una tragedia simile, pur essendo “una famiglia come tante”. Quanto è importante raccontare questa dimensione?
È un aspetto fondamentale. La perdita di una figlia è già una tragedia immensa; quando avviene in queste circostanze, il dolore assume una dimensione ancora più difficile da comprendere. Purtroppo, Gino Cecchettin e i suoi figli sono stati anche oggetto di critiche sui social. Alcuni si sono chiesti come fosse possibile che non si fosse accorto prima di quello che stava succedendo. Raccontare questa famiglia è importante proprio perché è una famiglia come tante altre. Ci permette di confrontarci con una domanda difficile: come avrei potuto non accorgermene? Gino se lo è chiesto. Tuttavia non si è fatto schiacciare dal peso di questo interrogativo, ma lo ha trasformato in impegno civile, perché a nessuna accada più quello che è accaduto a sua figlia.
La vicenda di Giulia rappresenta uno spartiacque, ha cambiato profondamente la percezione sociale del femminicidio. In che modo?
Prima della vicenda di Giulia, nell'immaginario collettivo il femminicidio veniva spesso rappresentato come un delitto commesso da mostri, quasi alieni rispetto alla nostra quotidianità. La storia di Giulia, anche grazie alla lucidità con cui la sua famiglia ha saputo raccontarla e denunciarla, ha reso evidente che il problema è culturale e sociale. Ed è proprio per questo che spesso non ci accorgiamo dei segnali. Una quantità enorme di comportamenti contro le donne è normalizzata. Siamo abituati a considerarli comuni e, di conseguenza, non li riconosciamo per quello che sono. Non possiamo sapere con certezza quali comportamenti porteranno a conseguenze estreme, ma questo non significa che non dobbiamo imparare a riconoscere quelli che alimentano una cultura di sopraffazione. Il problema è che alcuni segnali sono mimetizzati in una serie di atteggiamenti che consideriamo normali.
Per esempio la gestione della frustrazione e del rifiuto. Perché è così difficile, per un uomo, da accettare?
Credo che ci sia una stortura sociale da affrontare. Un rifiuto non definisce il valore di una persona: fa parte della normalità dell'esistenza. Eppure quando una donna rifiuta un uomo, in alcuni casi quel rifiuto viene vissuto come un'intollerabile offesa. Questo accade anche a causa di una cultura discriminatoria che riguarda metà dell'umanità. Ecco perché dobbiamo promuovere una cultura del rispetto, delle differenze e del dialogo. Tutto questo non significa agire contro gli uomini, tutt'altro.
Torniamo al tema dell'assenza e alla scelta di non concentrare il racconto sull'assassino. Abbiamo visto Filippo Turetta in numerose trasmissioni televisive, mentre rispondeva alle domande, piangeva e si commuoveva. Questo tipo di esposizione rischia di umanizzare il carnefice e di spostare l'attenzione dalla vittima?
Dal mio punto di vista, ognuno è libero di raccontare la storia che ritiene importante. Io, nello specifico, volevo raccontare la storia di Giulia e della sua famiglia, non quella del suo assassino. Sono assolutamente convinta che, come sostengono Elena e Gino, il problema riguardi la società nel suo complesso. Concentrarsi esclusivamente su un singolo individuo rischia di essere fuorviante, perché la società deve interrogarsi sulle condizioni culturali che permettono a questi crimini di continuare a verificarsi. Certo, è importante insegnare alle ragazze a difendersi, ma contemporaneamente dobbiamo insegnare ai ragazzi a non uccidere le donne. Dobbiamo intervenire sulle cause culturali della violenza, non limitarci a chiedere alle potenziali vittime di proteggersi. Inoltre, credo che venga già dato moltissimo spazio a chi commette crimini. In questo momento sento invece una forte esigenza di stare dalla parte delle vittime e di raccontare che cosa significhi davvero l'assenza. Giulia e le altre donne uccise non ci sono più. Sarebbe bellissimo non avere più bisogno di raccontare storie come questa, perché significherebbe aver finalmente risolto il problema. Ma Giulia non è stata l'ultima vittima e i femminicidi continuano.
Concludiamo parlando degli attori e delle attrici che hanno preso parte al progetto. Come hanno affrontato un film così delicato?
Sono stata molto fortunata ad avere questi attori. Filippo Timi ha dimostrato una generosità straordinaria, perché questo è un film che va oltre ciascuno di noi. Per interpretare ruoli del genere servono generosità e coraggio. Lo stesso vale per i giovani protagonisti: Tommaso Allione, Sabrina Martina che si è presa sulle spalle il personaggio di Giulia; Tecla Bossi, giovanissima, che ha affrontato una responsabilità enorme. Quando l'ho incontrata frequentava il secondo anno della scuola del Teatro Stabile del Veneto e si è trovata catapultata in un ruolo di grande rilievo. Durante il lavoro, gli attori hanno avuto modo di conoscere la famiglia Cecchettin e ne è nata un’amicizia autentica. Credo che questo sia legato anche al fatto che la famiglia di Giulia è una famiglia con cui è impossibile non entrare in sintonia.
























