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Tra le tante dichiarazioni che abbiamo ascoltato, dopo i gravissimi atti di violenza di Milano, quella del ministro Crosetto colpisce particolarmente. Il riferimento è ad una specifica affermazione secondo la quale gli stessi sarebbero riconducibili a “una guerra ibrida che qualcuno sta conducendo contro le nostre nazioni attraverso strumenti non convenzionali come TikTok, i social media e YouTube”.
Una “controeducazione”, così è stata definita, che avrebbe quantomeno alimentato quelle forme di violenza per le quali, a Milano, 271 giovanissimi sono stati accusati di devastazione, saccheggio e resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale. Tra questi il più piccolo, lo ricordiamo, ha solo 11 anni.
Ora, il coinvolgimento dei social in questa vicenda è certo, perché le ricostruzioni che via via stanno emergendo parlano di appuntamenti per riversarsi in strada dati sulle chat di Telegram. O ancora, come riportato da RaiNews.it di “masse di giovanissimi che arrivano dopo aver visto i primi video virali su TikTok e su Instagram. Il tam tam corre sui social”.
Ma la evidente e indubbia capacità dei social di veicolare, radicalizzare e amplificare qualsiasi messaggio (compresi quelli violenti) non basta a dimostrare l’esistenza di una regia straniera.
Questo non significa che il rischio di interferenze straniere non sia reale o possibile. Lo è, è plausibile e va dunque preso sul serio.
Non a caso le autorità di regolamentazione Ue stanno esaminando possibili “interferenze online” e “campagne di disinformazione” da Paesi extra-Ue che potrebbero aver contribuito ad alimentare le proteste in Francia e analoghi episodi di violenza verificatisi negli ultimi giorni in altri Paesi Ue.
Ma proprio per questa ragione le affermazioni del Ministro, andrebbero articolate in maniera più specifica, per evitare il rischio di etichettare un fenomeno grave e complesso con superficialità. Quello che sappiamo per certo è che gli algoritmi premiano la viralità dei messaggi. Questo è il meccanismo tecnico.
Se qualcuno (Paese straniero, cybercriminale nostrano, utente inconsapevole o superficiale) veicola contenuti polarizzanti il gioco è fatto. È così che si alimenta quell’“economia dell'attenzione” che, in situazioni estreme, può pericolosamente amplificare la rabbia, la sfiducia nelle istituzioni e persino la violenza. E quando la polarizzazione digitale si trasferisce nel mondo reale, frammenta il tessuto sociale. Tutto diventa bianco o nero. Buono o cattivo. Nessuno spazio di riflessione, nessuna possibilità di articolare pensieri più complessi.
Ma questa dicotomia è una stortura. Una semplificazione tossica che radicalizza posizioni estreme, spinge in direzione dell’emulazione di ciò che viene percepito come più “forte” e, nei casi più gravi come quello in questione, alimenta comportamenti violenti e inaccettabili.
In questo scenario tanto drammatico quanto complesso, quello che non può e non deve accadere, è che chi ha il compito di governare il Paese legga questi fenomeni senza la dovuta attenzione.
Perché, come ricorda Massimiliano Andretta, politologo dell’Università di Pisa: “In un contesto democratico occorre evitare che la prevenzione della violenza diventi progressivamente prevenzione del conflitto”.
Naturalmente il riferimento è al rischio che gli spazi di partecipazione democratica vengano progressivamente erosi per rispondere a quella logica dicotomica sopra accennata, che non lascia spazio al merito, alla ricerca delle ragioni profonde che sono all’origine di un malessere sempre più diffuso.
Non è un caso che a quella piazza immensa, bella, colorata, pacifica e dignitosa che sabato scorso ha manifestato a Roma per rivendicare diritti e futuro non si sia data voce e attenzione, concentrando i riflettori (e le azioni di governo conseguenti) su una minoranza violenta.
D’altronde, quale algoritmo sceglierebbe la protesta argomentata di uno studente fuori sede, che non arriva a fine mese, quando una vetrina sfondata genera milioni di visualizzazioni e di condivisioni?
Aspettiamo dunque di capire se dietro le violenze di MIlano ci sia una “interferenza” straniera o meno, sapendo che un algoritmo può trovare una convocazione, risalire alla condivisione di un hashtag, ma non può stabilire chi ha organizzato una violenza. Per questo è necessario che il ministro Crosetto riferisca in Parlamento.
Nel frattempo abbiamo un’ulteriore conferma, l’ennesima, di quanto può essere pericoloso l’effetto che i social hanno sulle menti dei più giovani. Manipolabili oltre ogni misura. Sì, perché quelle che il ministro Nordio ha definito “forme inedite di violenza, organizzate via social”, non sono inedite affatto.
Manosfera, gruppi Telegram, Tik Tok sono solo alcuni degli “spazi” digitali frequentati da bambini (sì, bambini) e adolescenti, in cui la ripetizione di contenuti, meme, video rappresentano un filo invisibile che ha già messo in collegamento episodi violenti perpetrati dai giovanissimi ai danni delle loro insegnanti, per esempio.
O ancora, pensiamo alle donne, milioni di donne, che ogni giorno subiscono violenza online con la condivisione non consensuale di immagini che le riguardano (reali o create con l’IA) su piattaforme e chat.
Il fatto che due ministri si siano accorti degli effetti nefasti che l’utilizzo dei social hanno sui più giovani è dunque una buona notizia. Certo, l’allarme sui danni psicofisici subiti da milioni di giovanissimi era passato inosservato, ma forse questa è la volta buona per affrontare la questione in maniera organica. In Senato è fermo da tempo il ddl Madia-Mennuni, un testo bipartisan che prevede il divieto di accesso ai social per gli under 15 e maggiori tutele per i minori online.
Mentre è ancora in corso l’iter per il Kids Act, la “legge per la protezione dei ragazzi” della Commissione Ue che prescrive lo stop ai social sotto i 13 anni, account gestiti dai genitori tra i 13 e i 14 e protezioni rafforzate fino ai 18 anni.
Forse è arrivato il momento di accelerare e prestare attenzione a una questione che, oltre che aver avuto un possibile ruolo nelle vicende di Milano, ha indubbiamente impatti devastanti sulla salute di milioni di bambini e adolescenti.
Una questione che è impensabile affrontare con ulteriori misure repressive o detentive. Al ministro Nordio, che in queste ore parla della necessità di costruire nuove strutture carcerarie per accogliere quei minori contro cui stanno scendendo in campo persino i parà vorremmo ribadire che i posti letto servono per gli studentati, non per le carceri minorili. È nella scelta tra queste due opzioni, che si misura la capacità di governare il Paese. E di dargli un futuro.
Barbara Apuzzo, Responsabile Politiche e sistemi integrati di telecomunicazioni Cgil nazionale






















